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Nodo alla gola: di cosa parliamo quando parliamo di cinema

Nodo alla gola: di cosa parliamo quando parliamo di cinema My rating: 5 out of 5

Perfetto. Uno può spaccarsi la testa e cercare le definizioni più disparate – avvincente, intrigante, ironico, elegante. Ma arrivati ai titoli di coda di Nodo alla gola sarà quello l’unico aggettivo che vi verrà in mente. D’altronde, con Sua maestà Alfred Hitchcock dietro alla macchina da presa non era possibile aspettarsi un risultato tanto diverso.

È il 1948, il mondo è appena uscito dalla Seconda Guerra Mondiale, e nei salotti disquisire della banalità del male e delle teorie di Gide e Nietzsche va parecchio di moda; quale occasione migliore per il nostro di prendere la pièce Rope di Patrick Hamilton e trasformarla in un film? Ecco allora la prima opera a colori di Mr. Hitchcock: dieci piani sequenza da dieci minuti ciascuno, collegati tra loro come un’unica ripresa, scelta estremamente moderna per l’epoca, che narrano le malefatte di una coppia di amici benestanti e piuttosto annoiati. Al punto di mettere in pratica un interessante esperimento sociale: uccidere David (Dick Hogan), amico di vecchia data, per poi dare una piacevole cena sul luogo del delitto. Imbandendo la cassapanca dove è nascosto il cadavere come una tavola, per di più, sotto lo sguardo ignaro e attonito della fedele e un po’ ottusa governante, Mrs. Wilson (Edith Evanson). E che ospiti: Henry Kentley (Cedric Hardwicke), zio del defunto, la compagna Anita (Constance Collier), l’ex fidanzata Janet (Joan Chandler) e il suo nuovo amore Kenneth (Douglas Dick). Non per niente, il film era originariamente uscito in Italia con il titolo di Cocktail per un cadavere.

Ci sono tutti gli elementi per una piacevole commedia degli equivoci, se non fosse per il piccolo dettaglio che si cela sotto alle tovaglie di lino. E Hitchcock proprio così tratta Nodo alla gola: con leggerezza, battute sagaci, soavità, senza tuttavia rinunciare alla tensione. L’artefice di tutto, Brandon (John Dall), è scanzonato e sicuro di sé tanto quanto il timido Philip (Farley Granger) mano a mano che la cena prosegue si lascia avvinghiare dal panico. Panico che viene ben presto percepito dall’invitato più affascinante: Rupert Cadell, vecchio professore dei due ragazzi, con una passione per la filosofia e per épater les bourgeois, ma sempre nel rispetto delle regole del cosiddetto vivere civile. E che ha i modi e l’allure nientemeno che di James Stewart: brillante, sardonico, ma con quel tocco di umanità, o forse di convenienza, che manca del tutto a Brandon.

Nodo alla gola è perfetto, dicevamo: perché è il prototipo della commedia nera, perché mescola tecniche all’avanguardia – il diorama dello skyline di New York che cambia con il passare della giornata è da manuale – restando comunque quel che si dice un film d’altri tempi: per classe, raffinatezza, umorismo aristocratico. David era uno studente di Harvard, quindi senza dubbio antipatico, e la zia Anita in gioventù ha letto molto, ma non è stato altro che una follia adolescenziale: basterebbero queste due battute a rendere imprescindibile la visione di quest’opera.

Aggiungiamo che in Nodo alla gola Hitchcock è riuscito persino a fare gli sberleffi a Čecov: c’è una pistola, e dunque dovrà sparare. Ma non nel modo che intendono i russi tanto citati in questo film che sembra portarci sul palco di un teatro. Da vedere e rivedere, per capire di cosa parliamo quando parliamo di cinema.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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