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Anatomia di un omicidio: il legal drama perfetto

Anatomia di un omicidio: il legal drama perfetto My rating: 4 out of 5

Se dovessimo indicare il courtroom drama perfetto quello potrebbe sicuramente essere Anatomia di un omicidio.
Il film del 1959 di Otto Preminger è costruito in una maniera impeccabile, e lo spettatore in cerca di una storia da rosicchiare fino all’osso si lascia catturare dalla narrazione grazie a un’impalcatura apparentemente semplice ma in realtà complessa nelle sue più minuscole sfaccettature: insomma, quella di Preminger è una trappola.

Facciamo subito conoscenza con lo scanzonato avvocato Paul Biegler (James Stewart) che ha recentemente perso il posto come pubblico accusatore (non sapremo mai il motivo, ma viene messo in chiaro da qualche frase posta con cura che è il nuovo procuratore che lo ha scacciato ad essere mediocre) che viene spinto ad accettare un caso abbastanza spinoso da Parnell (Arthur O’Connell), l’amico ex giudice ora fervido bevitore. Biegler prende in carico il caso, che vede protagonista il Signor Manion (Ben Gazzara), ex tenente colpevole di aver ucciso il gestore di un bar, quest’ultimo accusato dalla moglie di Manion, la brillante e affascinante Laura (Lee Remick), di averla stuprata. Biegler ha molto di cui doversi occupare. Manion ammette di essere colpevole, così dovranno far ricorso a un trucco per salvargli la pelle, la sua incapacità di intendere e di volere: il decisivo irresistible impulse.

Lo spettatore ha parecchie cose di cui occuparsi, e deve far lavorare il cervello (e meno male!): l’importanza delle parole e il loro utilizzo come scusa o come arma (tra l’altro alcune parole, in particolare “panties”, “sperm” fecero rabbrividire una bella fetta di pubblico), il valore della memoria e la manipolazione dei ricordi, slanci femministi, il pericolo dell’incomprensione e la continua genesi del dubbio.

Questi elementi sono i fili che tengono saldi quelli che, scomponendo l’impalcatura del film, appaiono come i diversi filoni narrativi: Biegler e la sua ricerca nella comprensione dell’omicidio e dei suoi retroscena, il processo stesso contro Manion, l’altro processo, quello che sembra indirizzato verso Laura (è davvero stata stuprata?), e il duello a singolar tenzone, a colpi di parole taglienti tra Biegler e il procuratore Claude Dancer (George C. Scott, con quel piglio arrogante che tu spettatore due schiaffi glieli daresti volentieri). Puro intrattenimento capace di far invidia ad alcuni fiaschi contemporanei: fate come Preminger amici, concentratevi sul cosa, ma anche sul come!

Stewart è tagliente e caustico nelle sue osservazioni, ma non manca di strizzare l’occhio allo spettatore, e all’intera corte, con una brillante e sfacciata ironia. Insieme a lui Lee Remick ma sopratutto Scott meritano una menzione: la prima con il suo ammiccare consapevole e intransigente, l’altro con i suoi macchinosi ma insidiosi interventi.
Ma la trappola in cui lo spettatore cade sta in questo (vi rivelo il trucco insomma, ma tranquilli passati i primi dieci minuti ve lo sarete già dimenticato): l’attenzione chirurgica nei confronti della prospettiva umana e del potere che questa relatività di opinioni esercita in una storia, e sopratutto, della grandiosa e immensa capacità di cambiare continuamente le carte in tavola in una narrazione come questa, dove ci si aspetta di trovare un buono-innocente e un cattivo-colpevole. E invece niente, Preminger questa soddisfazione non ve la dà affatto.

In Anatomia di un omicidio c’è sempre qualcosa da aggiungere, che sia un elemento o una parola, un dettaglio o una nuova macchia da cancellare. Non è possibile districarsi in una pastoia del genere, non del tutto; infatti non ci sono flashback, non ci sono spiegazioni nette e decise, solamente un continuo crescere di complessità morale. La regia di Preminger segue questo bilanciamento essenziale tra ciò che davvero lo spettatore vuole sapere a tutti i costi e quello che davvero la realtà lo costringe (come nella vita reale) a poter davvero conoscere; una regia paziente e meticolosa, una nonchalance verso l’esasperata ricerca drammatica sostituita da scene modellate sui personaggi. Alcuni, come Parnell, forniscono anche consigli essenziali (prendete appunti amici):

Gin. Si spiega tutto però. Mai fidarsi dei bevitori di gin.

Anatomia di un omicidio funziona perché siamo costretti a seguire ogni vicenda, perché vogliamo arrivare alla fine di quel filo narrativo ma anche dell’altro, senza mai perdere di vista l’obbiettivo.

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Classe '91. Pur avendo studiato Beni Culturali ed editing credo di saperne di più sui viaggi nel tempo e sulle zone infestate. Leggo un sacco di libri e cerco sempre di avere ragione, bevo tanto caffè, e provo piacere nell'essere un’insopportabile so-tutto-io. Per intrattenervi posso recitare diversi sketch dei Monthy Python.

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