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Pet Sematary, storia di sangue, gatti isterici e bambini assatanati

Pet Sematary, storia di sangue, gatti isterici e bambini assatanati My rating: 3 out of 5

Come inimicarsi il 99% della popolazione mondiale? Semplice, confessando che, in linea di massima, i libri di Stephen King non mi fanno né caldo né freddo. In più, La metà oscura e La zona morta mi sembrano terribilmente simili. E IT non mi spaventa. perché i pagliacci mi lasciano come mi trovano. E il suo stile non mi garba più di tanto, troppi voli pindarici, troppe espressioni stereotipate.

Niente, una maschera di cera, non so se il problema sia il mio, o della restante percentuale degli esseri viventi (sospetto la seconda ipotesi, ma la modestia, si sa, non è nel Dna macguffiniano). Ma, se mi toccano gli animali, tutto ciò che ho detto finora va in frantumi, si scioglie come neve al sole: insomma, ammettiamolo, possiamo resistere tranquillamente di fronte al vicino di casa squartato come un capretto durante un rito propiziatorio, ma di fronte ad un cucciolo di Labrador o a un gattino si scioglierebbe anche Bruce Willis. 

pet-sematary

E allora sono andata a beccare l’unica trasposizione cinematografica di un libro di King che potesse scuotermi da questo immane torpore, Pet Sematary – Il cimitero degli animali, un titolo che, da animalista convinta quale sono (anche se i vegani me li magno a colazione, tranquilli), già mi turbava, temendo scene di violenza gratuita e immotivata nei confronti di povere e innocenti bestiole.

E invece tutt’altro, il buon Stephen (e, ovviamente, la regista Mary Lambert) stavolta non mi ha delusa. Al centro della vicenda troviamo la spensierata famigliola di un giovane medico, costretta a trasferirsi in un paesino sperduto in mezzo alla campagna del Maine (ma dai?!? Possibile che King conosca solo il Maine di tutti gli Stati americani esistenti?!?) a causa di un trasferimento improvviso del capofamiglia, Louis.
Fin qui tutto bene, mamma, papà, i due figlioletti e il gattino di famiglia abitano in una grande casa circondata dal verde, con un vicino di casa tanto amabile quanto vagamente inquietante, come vuole la migliore tradizione horror/thriller. 

Tuttavia, la casa nasconde un mistero, altrimenti che ne avremmo parlato a fare: un sentiero che conduce dritto dritto al retrostante cimitero degli animali, un’area dove vengono sepolti tutti gli animaletti quotidianamente investiti da camionisti che, probabilmente, hanno preso la patente con la raccolta punti delle patatine San Carlo. 
Nulla di strano, direte voi, nelle rotonde dell’Outlet è peggio. Tutto regolare. E invece no.
Perché, poco più in là, si trova un altro cimitero, Micmac, un luogo di culto indiano in grado di riportare in vita i morti, ma sotto sembianze alterate, creature maledette simili a zombie, assetati di sangue ed estremamente irascibili, peggio di un moroso mestruato.

Pet Sematary Book

Il nostro Louis lo scoprirà quando anche il gatto di famiglia verrà investito (poteva essere altrimenti?) e, una volta resuscitato, tornerà mooolto diverso da com’era in partenza, una carogna in tutti i sensi.
Finché si tratta di un gatto, ancora ancora, non facciamone una tragedia.
Ma, ovviamente, Stephen non poteva fermarsi qui: infatti a finire nel cimitero indiano sarà anche il figlio minore di Louis, Cage, investito da un tir sotto gli occhi dei genitori, in una scena che dire che fa venire il nervoso è riduttivo: ma, sapendo che siete a un tiro di schioppo da una super strada, guardatelo un po’ ‘sto bambino, cazzarola! Vabbè, dettagli.

Tornando a noi, durante la permanenza presso i suoceri di moglie e figlia, Louis dovrà fronteggiare da solo il ritorno del bambino, ed è qui che il film, che filava così liscio, precipita un po’: se da un lato suspense, dramma e ansia a palate si sprecano, dall’altro la Lambert ha voluto strafare un po’, e di certo la quasi assenza di effetti speciali non ha contribuito a migliorare la situazione (in fondo la pellicola è del 1989).

Le scene di lotta tra padre e figlio risultano davvero tragicomiche, stesso discorso vale per i momenti dove la moglie Rachel ricorda gli ultimi giorni di vita della sorella, Zelda, malata di meningite spinale: raccapriccianti, ma eccessivamente cariche di pathos, al punto da risultare poco credibili.

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Tirando le somme, il film merita sicuramente una chance (anche se il libro, lo ammetto, è su tutto un altro livello), ma la distinzione percepibile tra prima e seconda parte, tra sottile ansia e degenero totale, lede un po’ la qualità della pellicola: un finale a tratti kitsch, ma nel complesso comunque godibile, e ve lo dice una (non) fan del Maestro dell’horror USA. 

Se gli horror sono la vostra passione, fate un salto dai nostri amici di Film esageratamente da paura!

Article written by:

Arianna Borgoglio

Giornalista freelance, 26 anni, laureata in Conservazione dei Beni Culturali e in Informazione ed Editoria, coltivo le mie passioni con tenacia e voglia di mettermi in gioco. Tra queste scrittura, letteratura, cinema, storia dell’arte, cucina – intesa come amore per il buon cibo più che predisposizione verso i fornelli! - viaggi, musica e chi più ne ha più ne metta. Nelle mie recensioni sono spietata... q.b., ma non è colpa mia: è che mi disegnano così ;)

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