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Le tre sepolture, o il western per chi non ama i western

Le tre sepolture, o il western per chi non ama i western My rating: 3 out of 5

Se detestate i western, se trovate insopportabilmente noiosi deserti, piante grasse e cappelli da cowboy, se pensate che l’America, eccezion fatta per un paio di città, non abbia niente di meglio da offrire di un hamburger imbottito di steroidi, allora Le tre sepolture è il film che fa per voi.

Personalmente polvere, distese di nulla, indiani e cavalli riescono a sortire un effetto soporifero più efficace di un tir di Xanax: se ho deciso di dedicare un paio d’ore della mia esistenza a questo film è stato solo per la presenza di Tommy Lee Jones davanti e dietro alla macchina da presa. Memore del bellissimo Sunset Limited, cronologicamente successivo – uno è del 2011, l’altro del 2005 – e anch’esso diretto e interpretato dal buon Tommy, ho voluto dare una chance a questo western atipico. E ho fatto bene.

Le tre sepolture racconta una storia che più americana non si può: siamo in Texas, per la precisione al confine con il Messico, e Mike Norton (Barry Pepper), un poliziotto di frontiera, uccide un po’ per errore, un po’ per leggerezza e un po’ per volontà Melquiades Estrada (Julio Cedillo), un immigrato messicano irregolare che si guadagna(va) da vivere come cowboy. Naturalmente, per le autorità locali il caso ha la stessa importanza del furto di una bicicletta, se non meno: perché far partire un’indagine su quello che tutto sommato è un bravo ragazzo, quando è così facile convincere l’opinione pubblica che sia stato il clandestino a sparare per primo? Il caso sarebbe già chiuso, se non fosse per Pete Perkins (Tommy Lee Jones), unico amico di Julio: l’omicidio resterà senza colpevole, ma il cowboy messicano merita almeno una degna sepoltura. E sarà proprio il suo carnefice, volente o nolente, a doversene occupare.

Le tre sepolture è senza dubbio un western; però diverso da tutti gli altri. Lirico, quasi. Gli yankee, un tempo eroi senza macchia e senza paura, ora sono white trash, vivono nelle roulotte, disprezzano tutto ciò che ha un colore diverso e bevono birra a colazione, nel migliore dei casi. Anche quelli che ci sembrano migliori in fondo non sono niente di speciale: esseri umani, e tanto basta. Poveri e immigrati non vengono santificati: si barcamenano per sopravvivere, proprio come Mike, in modo diverso ma in fondo simile. La dicotomia fra buoni e cattivi, così tipica del genere, assume contorni sempre più sfumati: americani e messicani, poliziotti e civili, giovani e vecchi galleggiano insieme nella stessa steppa bruciata e sterminata, alla ricerca di un orizzonte che sembra un miraggio.

Questo western sui generis ha incassato al botteghino poco più della metà del budget stanziato; ma si sa, per gli States il Texas resterà sempre sinonimo di John Wayne. Non è un caso se al Festival di Cannes del 2005 Le tre sepolture si è portato a casa il premio per la miglior interpretazione maschile e la miglior sceneggiatura, firmata da Guillermo Arriaga, mentre in patria rimane pressoché ignoto. Ed è un peccato, perché con un linguaggio secco come un whisky invecchiato Tommy Lee Jones imbastisce un’opera silenziosa, lenta, impeccabile. Una traversata del deserto che ritrae un’America ogni giorno più persa e più desolata. Ma maestosa, sempre.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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