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Rubber: se il nonsense perde di senso

Rubber: se il nonsense perde di senso My rating: 1.5 out of 5
Un consiglio: guardate questo film quando vi sentite depressi, frustrati, falliti. Perché se una cosa del genere è riuscita a farsi accettare al Festival di Cannes, edizione 2010, al grido di “strano è bello”, c’è davvero speranza per tutti.
Rubber racconta la storia di uno pneumatico con poteri paranormali e istinti omicidi. E fin qui sembra la classica trama da B-movie trash, ma almeno divertente. E invece no, perché Quentin Dupieux ha pure delle pretese metafisiche.
Il film si apre con l’inquadratura di alcune sedie di legno nel deserto. Arriva una macchina della polizia e le investe. Dal bagagliaio (perché?) esce un poliziotto che si ingarbuglia in un monologo sull’assenza di senso della vita.
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Ecco, questo è più o meno il filo conduttore di tutta l’opera: la totale, assoluta, sconcertante mancanza di senso. Che per carità, a pensarci bene è anche una prerogativa di David Lynch – però la differenza sta tutta qui, caro Quentin: o si è bravi almeno quanto Lynch, o il rischio di diventare involontariamente autoironici è dietro l’angolo. C’è da dire che le pretese di Dupieux sono talmente alte che riesce persino ad aggirare questo pericolo: Rubber, infatti, è solamente noioso.
Il film prosegue con dei generici spettatori che, da una duna in mezzo al deserto, osservano nascita, crescita e sviluppo dello pneumatico assassino: per dirne una, dopo 20 minuti c’è un coniglio che esplode. E tuttavia anche i cattivi hanno un cuore, per cui il nostro a una certa si innamora di una bella automobilista che però stranamente non lo ricambia, quindi nel dubbio va avanti a uccidere tutto ciò che incontra. Nel frattempo, pure gli spettatori vengono avvelenati – il motivo non è chiaro, ma suvvia, perché cercare una logica a tutti i costi? Verso la metà di questo capolavoro il poliziotto ci annuncia che è tutta una farsa, poi si ricrede, dunque si dà alla caccia del criminale più pericoloso del West.
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Il tutto procede in un crescendo di insensatezza e frasi che vorrebbero essere profonde ma risultano solo stereotipate per circa un’ora e mezza.
Davvero, uno si impegna per non cadere nei soliti luoghi comuni sui film francesi, però questo mette a dura prova anche il più gallofilo dei critici. Si salva la fotografia: i paesaggi di sabbia e autostrade e i primi piani di arbusti e ramoscelli sono suggestivi, non c’è che dire.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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