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9 settimane e 1/2 – La conclusione, ovvero l’arte dei seguiti involuti

9 settimane e 1/2 – La conclusione, ovvero l’arte dei seguiti involuti My rating: 0.5 out of 5

Foto del sottoscritto una volta conclusa la visione

Che la noia possa incitare a compiere follie è un dato di fatto. Nel mio caso, mi ha accompagnato molto virgilianamente nella selva oscura dei titoli squallidi, quelli che sarebbe stato meglio non fossero mai esistiti ma che puntualmente sono andati a tappare i buchi nella programmazione di cinema e palinsesti tv. Il mio ultimo flirt con il trash ha visto coinvolto 9 settimane e 1/2 – La conclusione, che come potete intuire è il sequel diretto di 9 settimane e 1/2 di Adrian Lyne, il cult anni Ottanta di genere erotico-drammatico che ha lanciato nell’Olimpo hollywoodiano Mickey Rourke e Kim Basinger.

Parto subito dicendo che per il film di Lyne non ho mai nutrito l’idolatria condivisa da molti cinefili. 9 settimane e 1/2 per me è niente più di un film passabile, moderatamente pruriginoso e soprattutto patinatissimo, su una storia di perversione disfunzionale destinata a finire male (nulla a che vedere con Love di Gaspar Noè, intendiamoci). 9 settimane e 1/2 – La conclusione, sequel concepito per la distribuzione direct-to-video, è l’esatto opposto del suo predecessore e, anzi, sorprende per quanto riesca a essere fetido ben oltre le aspettative più apocalittiche.

Il tramone geniale di questo aborto si riallaccia al finale del primo film. Lo yuppie borderline John Gray (Mickey Rourke) è stato scaricato dall’amante Elizabeth (il personaggio di Kim Basinger) e per più di dieci anni non fa altro che struggersi per lei, tra fallimentari tentativi di suicidio e noiosa routine a base di alcol e prostitute d’alto bordo. Dopo l’ennesimo incontro a porte chiuse con una squillo, John scopre che Elizabeth ha aperto una mostra a Parigi e ci si reca senza esitazioni nella speranza di incontrarla nuovamente. Della donna non c’è traccia, ma in compenso John avrà modo di sfogare le proprie pulsioni con l’avvenente appassionata d’arte e modella Lea Calot (Angie Everhart), che per qualche oscura ragione sembra conoscere la sua fama di grande amatore.

Imitare il celebre spogliarello di Kim Basinger: lo stai facendo male

Sorvolando sull’idea di fare del personaggio di Rourke (un feticista tossico con manie da stalker) l’eroe incompreso e sofferente della vicenda, il film non ha il minimo senso. Premessa che mette in moto la storia a parte, il plot è un ricalco pedissequo del predecessore, messo in scena con tale pochezza da dare il senso che il film sia stato girato di fretta e furia, senza prestare attenzione ad alcuna componente filmica. Elencare tutti i momenti in cui i dialoghi defecano cringe a quintali, le forzature e i pretesti per arrivare alle scene di sesso equivale a riscrivere l’intera sceneggiatura. Mi limiterò a dire che il modo in cui hanno giustificato l’assenza di Elizabeth (giustamente Kim Basinger ha pensato bene di tenersi alla larga dal set di questa roba) è da strapparsi i capelli per quanto telefonato e risibile.

Mickey Rourke, che in altre occasioni ha dimostrato di essere uno degli attori più intensi dell’ondata post-Nuova Hollywood, qui è semplicemente pessimo, quasi una caricatura del Marlon Brando in Ultimo tango a Parigi che si aggira per le vie della capitale francese con la vitalità di un’ameba lobotomizzata. La co-protagonista Angie Everhart è un bel vedere, ma ovviamente non vale un centesimo del fascino e della bravura di Kim Basinger. Una recitazione così scarsa risulta letale per la chimica tra i due personaggi, i cui flirt scorrono svogliati e noiosi così come ogni altra cosa in 9 settimane e 1/2 – La conclusione: insomma, si vede che John e Lea si attraggono e fanno sesso solo perché glielo ha imposto la sceneggiatura, e non perché gli interpreti siano stati capaci di far scattare la giusta scintilla.

Sempre il sottoscritto, mentre medita sui mali del mondo che hanno prodotto film come questo

E per quanto riguarda il sesso, che tanto aveva fatto scalpore nel primo capitolo? In due ore che sembrano otto si vede davvero poco di “perturbante”, con l’eccezione di un momento knife play come prologo, talmente blando da mettere tristezza. Tant’è che la regista Anne Gourdaud ha dovuto riciclarsi la celebre scena “food porn” del film di Lyne per riscuotere lo spettatore dalla sonnolenza.

Basterebbe una rapida occhiata all’estetica patinata da cartolina degna del peggior Tony Scott o, meglio ancora, sapere che questo film è collocato al novantacinquesimo posto tra i cento film più brutti secondo IMDB per avere chiaro il putridume rappresentato da 9 settimane e 1/2 – La conclusione. Un autogol al novantesimo minuto che ribalta il risultato fa molto meno male.

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Classe 1996. Studente di lettere moderne a tempo perso con il gusto per tutto ciò che è macabro. Tenta di trasformare la sua passione per la scrittura e per il cinema in professione.

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