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Silence – L’epopea spirituale di Scorsese

Silence – L’epopea spirituale di Scorsese My rating: 5 out of 5

Preti gesuiti torturati a morte, sullo sfondo la magnificenza dei paesaggi giapponesi. Silenzio, urla e canti. Preghiera, poi ancora silenzio. Non è affatto semplice recensire l’ultima fatica di Martin Scorsese, ma non c’è comunque alcun dubbio sul fatto che Silence sia un capolavoro, un film maestoso in grado di portare avanti una riflessione sull’essere credente, che deve essere prima di tutto riflessione personale.

Scorsese non ha mai fatto mistero della sua vocazione religiosa, affermando più volte che la carriera ecclesiastica fu nella sua vita l’unica vera alternativa a quella da cineasta. Se questo costante bisogno di trovare una risposta, una parvenza del divino, si è riflessa nella sua filmografia in personaggi persi nel vuoto morale della società moderna (da Mean Streets a The Wolf of Wall Street), mai il regista aveva affrontato la questione in modo tanto diretto. Il silenzio del titolo è il silenzio di Dio che, lo si reputi concreto o semplice metafora, attanaglia i giovani padri gesuiti, interpretati da Andrew Garfield e Adam Driver, molto più della stessa popolazione indigena cristianizzata, vittima diretta della persecuzione portata avanti dal potere centrale.

Ambientato nel XVII secolo, è evidente quanto i temi affrontati siano universali e senza tempo. A Scorsese poco interessa l’aspetto prettamente storico della vicenda, d’altronde le persecuzioni religiose si protraggono sin dalla storia antica e il cristianesimo non è esente da colpe. Silence piuttosto scava in profondità, affrontando l’aspetto spirituale e mettendo a dura prova i corpi emaciati e la fede dei missionari. E non vi è alcuna presa di posizione politica, perché in questa guerra santa entrambe le fazioni hanno torto e ragione, ma allo stesso tempo un compromesso non può essere giusto. Le immagini sottolineano la bellezza di due culture totalmente differenti che entrano in contatto, ma allo stesso tempo il quadro che emerge esplicita quanto certe radicali differenze rendano le stesse conversazioni collocabili, da entrambe le parti, su due piani totalmente diversi.

Da un punto di vista stilistico, Silence è probabilmente uno dei film meno scorsesiani del regista, che in questo caso preferisce una regia distaccata, col solo proposito di mettere in scena la vicenda nella maniera più cruda e realistica possibile. Uno Scorsese che gioca coi suoni della natura e i silenzi come mai prima d’ora, raggiungendo quello che forse è l’apice di una carriera proprio nel finale dell’opera, dove in un semplice dialogo le certezze svaniscono e, in un assoluto pessimismo, la già citata incomunicabilità, oltre un certo limite, tra diverse culture si fa certezza e limite dell’uomo. Ciò che segue è concettualmente straziante e visivamente epocale, la scelta registica di Scorsese rende tangibile l’assenza stessa di Dio, che in questo senso si rende presente quasi in antitesi all’evento.

Silence è un inno alla fermezza del credente, messo alla prova non tanto dalle sofferenze perpetrate davanti ai propri occhi, quanto piuttosto dall’insito dubbio che esse portano dentro di lui. Un film complesso, un’epopea visiva e concettuale che richiede la partecipazione attiva dello spettatore. Perché tutto ciò? Dov’è Dio? Perché questo silenzio? In un finale per niente risolutivo, diventa chiara l’impossibilità di arrivare ad un credo comune, ma anche più banalmente ad un accordo. Quando anche tra i due padri gesuiti sorgono contrasti d’opinione riguardo alla possibilità di calpestare o sputare sull’iconografia sacra, ci pensa l’inquadratura finale a sentenziare che Dio va cercato dentro di sé.

Silence è più che un film: è un’opportunità che andrebbe colta, un viaggio spirituale da compiere con gli stessi protagonisti. Ci troviamo di fronte ad un film che rimarrà nella storia del cinema, forte anche del contesto storico in cui esce. Scorsese ci dice una cosa fondamentale: è importante scindere la religione, che è dottrina opinabile, radicalizzata in una data cultura e per questo assolutamente da preservare, e credo, che è molto più importante, il nostro rapporto personale con un eventuale Dio o, semplicemente, col mondo e l’esistenza.

Article written by:

Mauro Paolino

Classe 1996, inizia a scrivere recensioni cinematografiche all'età di 15 anni. Appassionato di cinema, scrittura e storia dell'arte moderna, passa le sue giornate a guardare film, scrivere sceneggiature scadenti e coltivare la sua barba, nella falsa convinzione di sembrare un ragazzo intellettualmente impegnato.

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