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“A boy’s best friend is his mother”: Psycho

“A boy’s best friend is his mother”: Psycho My rating: 4 out of 5

Sono una fifona. Eppure non posso fare a meno di essere curiosa, quella curiosità masochista che ti fa tenere aperta una fessura tra le dita quando ti copri il viso davanti ad una scena paurosa. Il macabro, il terrore, l’insano in fondo mi affascinano. Mi affascina, lo ammetto, soprattutto l’insano. È proprio ciò di cui abbiamo più timore che ci attrae di più? Probabile. Ho qualche problema io? Forse. In ogni caso, la storia di Ed Gein, letta qualche giorno fa, è decisamente un’affascinante, insana storia di follia, e non stupisce che abbia ispirato storie come quelle di Non aprite quella porta, Il silenzio degli innocenti e, per l’appunto, l’immenso Psyco.

Pacciani glie fa na pippa, come dicono ad Oxford

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Edwaird Gein, simpatico omino statunitense, a cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta divenne uno dei serial killer più “particolari” di sempre. Scambiando il cimitero per l’IKEA, Ed Gein era solito fabbricarsi l’intero arredamento di casa sua con pezzi di cadaveri (paralumi in pelle umana, calotte craniche trasformate in ciotole, labbra umane a mo’ di ferma tende, ossa rese posate… e qua mi fermo, la lista è lunga, raccapricciante e non sono sicura vogliate saperla tutta). Come immaginerete, non erano singolari velleità da interior designer, ma manifestazioni di una rara forma di necrofilia e, sopra ogni cosa, il risultato di un enorme, gigantesco complesso di Edipo irrisolto. Ahhh le madri, croce e delizia di noi tutti. Certo, forse la vostra non era adorabile come quella di Ed, che una volta afferrò i genitali del figlio mentre si masturbava, dicendogli che erano la maledizione dell’uomo ed immergendolo nell’acqua bollente per punirlo… ma sono dettagli.

Perché questa lunga introduzione? Perché a volte la realtà è più agghiacciante della finzione cinematografica e Hitchcock, con Psyco, ha deciso di cogliere proprio questo aspetto come chiave di lettura: una mente umana, malata, perdutamente innamorata della madre.
Purtroppo o per fortuna non mi chiamo Goffredo Fofi, quindi chiedo umilmente perdono se parlerò di Hitchcock come parlassi di caccia al fagiano (argomenti di cui ho più o meno le stesse competenze). Si parla di storia del cinema e sono certa che troverete fior fior di saggi critici scritti e argomentati meglio sul conto di questo magnifico regista. Ad ogni modo, Psyco è in qualche modo la quintessenza di Hitchcock, il film-simbolo del suo genio: c’è tutto, c’è la macchina da presa come occhio che spia, quindi un certo voyeurismo, c’è l’effetto sorpresa (e già vi anticipo che farò lo spoiler del finale), c’è una trama stramba, c’è la doppiezza, c’è la complessità della psiche.

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Il film inizia con la bella segretaria Marion (Janet Leigh), insoddisfatta e intrappolata nel ruolo di amante del bel tenebroso Sam (John Gavin), che decide di rubare 40.000 dollari e fuggire per cambiare vita. Tu, povero ingenuo spettatore, sei già lì ad imparanoiarti per la povera ragazza (che all’inizio sembrava così bella e buona e invece è una ladra), quand’ecco che la protagonista muore, atrocemente assassinata, neanche a metà della storia. Ti chiedi “ma che film sto guardando? Che genere è?”.

È il genere Hitchcock: ti piglia per il culo. La busta dei 40.000 viene costantemente inquadrata, sembra davvero essere il perno della trama. In realtà no, non serve a un cazzo: è un semplice espediente narrativo, altrimenti detto MacGuffin (per coloro i quali si chiedevano il perché di questo strano titolo, tipo “McGyver” mixato a “muffin”, ecco spiegato il nome del blog).

Il film “vero” inizia infatti con Marion che, uscita fuori strada per la pioggia, decide di pernottare col malloppo rubato al Bates Motel. Lì Marion viene accolta da Norman Bates (Anthony Perkins, aka la faccia da bravo ragazzo più inquietante del creato), tizio indubbiamente strano; ma in fondo è lì, poverino, che ti sorride impacciato e dice di avere una madre stronza ed invalida. Ok, è strano forte, ma in fondo innocuo. Ti togli ogni dubbio quando vedi chiaramente l’ombra di una donna anziana uccidere Marion sotto la doccia. Ciao, protagonista, ciao. Però ora ci sei, hai capito tutto, è la madre, in alto i forconi e ammazziamo la vecchia! Le indagini partono grazie a Sam e alla sorella di Marion; ad un certo punto si vede chiaramente, in una fighissima ripresa dall’alto, la madre di Norman uccidere il detective privato ingaggiato da Sam e la sorella. Poi apprendi che la madre di Norman è morta e sepolta da anni e tutte le tue elucubrazioni si dissolvono. Un solo pensiero risuona nella tua mente: ma allora chi minchia è ‘sta vecchia?

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….La vecchia è Norman. Dadadadaaaan.

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Ammetto che questa scena a me fece un sacco ridere (boh, io per i primi cinque secondi non avevo capito, sono tarda).

Il film finisce con la spiegazione magistrale di uno psicologo, che chiarisce come Norman stesso, vittima di un complesso di Edipo degenerato, uccise anni prima la madre e il suo compagno. Il rimorso per il matricidio fece sviluppare in Norman uno sdoppiamento della personalità, la sua mista a quella della madre, che nel monologo interiore finale pare essersi totalmente impossessata della personalità di Norman.

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Questo film ti fa mandare in pappa il cervello, ti disturba, ti destabilizza, in tutti i sensi possibili. Ti fa dire “vabè, ma mica esistono davvero esseri umani così fuori di testa!”, anche se poi leggi di Ed Gein e rivaluti gli omicidi di Norman, decisamente più sobri.

“Di mamma ce n’è una sola”: e per fortuna.

Article written by:

Lucia Tiberini

Classe 1992. Dopo un'infanzia nella provincia di Perugia, dove trovo notti stellate e sagre del cinghiale, mi trasferisco a Bologna, dove trovo esami, vino e bonghi. Amo il mio ukulele (ma solo esteticamente: non so suonarlo), Dylan dog, gli arrosticini e non disdegno il cinema.

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