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Almost Famous: nostalgia canaglia

Almost Famous: nostalgia canaglia My rating: 4 out of 5

Nostalgia di un periodo che non si è mai vissuto. La chiamano sindrome dell’età dell’oro. Lo ammetto: non ho la benché minima preparazione in materia di psichiatria, ma pare sia una cosa vera. Da Cicerone fino ai fan di Happy Days, ne soffrono in molti. In alcuni casi con giusta ragione.

Almost Famous è un film del 2000 diretto da Cameron Crowe. Sono passati 17 anni ma è invecchiato benissimo. Ci ho pensato bene, ho anche fatto uno schemino con i pro e i contro. Ma non mi viene in mente un solo motivo per non vedere questo film. E vi spiego anche il perché.

San Diego, 1969. Elaine (Frances McDormand) è la madre di due figli. È anche una professoressa di college puritana ed estremamente apprensiva/oppressiva. La figlia maggiore, Anita (Zooey Deschanel), si ribella a mammà e appena compiuti 18 anni scappa di casa per fare la hostess. Lascia in eredità al fratello minore la sua collezione di dischi.

Ecco un primo fortissimo attacco di nostalgia. Anita non lascia al fratello il vinile di Amore wi-fi di Benji & Fede. No. The Who, Led Zeppelin, Simon & Garfunkel, Black Sabbath, Jimi Hendrix. Insomma, tutto il meglio. Con questa soundtrack da qui in poi il film potrebbe tranquillamente essere il fermo immagine delle prove tecniche di trasmissione. Lo guarderei comunque.

William Miller (Patrick Fugit), che poi sarebbe il fratello di Anita, è un bambino prodigio. E come tale viene cresciuto dalla madre, che lo tiene al riparo da tutte le tentazioni che potrebbero distrarlo dallo studio. Tentazioni che nella California del ’69 immagino non mancassero. Viene bullizzato dai compagni di classe perché troppo piccolo (ha 11 anni, gli altri 13) e finisce per essere considerato un outsider, uno sfigato. Uno sfigato che però sotto il letto ha una discografia mostruosa.

William con quei dischi ci cresce e nel 1973 ha 15 anni e vuole scrivere di musica. Spedisce i suoi articoli al n.1 dei critici rock dell’epoca, Lester Bangs (Philip Seymour Hoffman), che apprezza il suo modo di scrivere. Bangs lo avvisa del pericolo di diventare amico dei musicisti. Bisogna essere onesti e spietati nello scrivere, sempre. Lo manda a seguire il concerto dei Black Sabbath, che suoneranno pochi giorni dopo in città.

Qui fa i due incontri che gli cambieranno la vita: prima Penny Lane (Kate Hudson) e le sue ragazze. Non groupies, perché non vanno a letto coi musicisti in quanto famosi, ma li ispirano. Supportano la loro musica e la loro arte. Sono loro le prime fan.

E poi eccola, la band. Prima dei Black Sabbath apriranno il concerto gli Stillwater, un gruppo sul punto di abbandonare la fama locale per spiccare il volo verso il successo planetario. La band ruota intorno al cantante, Jeff (Jason Lee) ed al chitarrista, Russell (Billy Crudup). Si intuisce che con l’aumento della popolarità stia nascendo anche una rivalità fra i due.

William si unisce a loro e li seguirà in un tour che copre tutti gli Stati Uniti. Viene contattato dal magazine “Rolling Stone” che gli affida l’articolo di copertina. Inizialmente il ragazzo è visto come un nemico, simbolo del giornalismo e dell’industria che vogliono omologare ed uccidere il rock. Diventeranno amici. William raccoglierà le loro confessioni ed i loro momenti più intimi, vedendo anche cose che non avrebbe dovuto vedere.

Il ragazzo prova più di una volta a scendere dalla giostra per tornare a casa, ma non ci riesce mai. La sua intervista con Russell sembra non dover arrivare mai, e viene posticipata di città in città. Fino alla fine.

Almost famous è davvero un film bello. E che cast. Tuttavia ne sento parlare troppo poco, ed è un vero peccato. Come è un peccato che certi film fra qualche anno non si potranno più fare. Odio pensare che “si stava meglio quando si stava peggio”. Ma dubito si potrà mai girare un film su un adolescente che molla tutto per seguire il tour di Fedez e J-Ax. Riecco la nostalgia.

Un lunghissimo arrivederci, un addio all’infanzia del protagonista che lungo la strada cresce e diventa adulto. Così come a crescere saranno gli Stillwater (e onde evitare spoiler mi fermo qui). Ma in un certo senso il film celebra e saluta anche gli anni migliori della musica rock. Anni di champagne, letti sfatti, ragazze, chitarre e camere di albergo. Ma a modo loro anni puri, innocenti. Il film ci restituisce l’idea di un’epoca nella quale il mondo aveva i suoi problemi, come oggi del resto. La differenza con il 2017 è che forse allora c’era la voglia/possibilità di poter ancora sognare.

Una citazione finale per il grande, monumentale Philip Seymour Hoffman. Ogni ruolo, ogni cameo ci ricorda quanto abbiamo perso con la sua scomparsa, quanto ancora avremmo potuto vedere.

Se pensate che Mick Jagger sarà ancora là fuori a dimenarsi a 50 anni, vi sbagliate di grosso.

 


P.s. se siete dei rocchettari come si deve, fate un salto dai nostri amici di Metal in Italy!

 

Article written by:

Simone Forte

Nato nel 1984. Nel 2012 scopro che l'anagramma del mio nome e cognome è "termosifone". Spero che scrivere di cinema senza averlo studiato per davvero non mi renda come quelli che leggono articoli complottisti sui vaccini e poi vanno a contraddire i medici. Io scriverò lo stesso, ma prometto di limitare al minimo indispensabile l'uso dei "................" e dei "!!1!!1!".

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