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American Beauty: la liberazione dall’obbligo con l’abbandono al bello

American Beauty: la liberazione dall’obbligo con l’abbandono al bello My rating: 5 out of 5

In genere i film di Hollywood si sprecano nel cercare di essere innovativi e nel differenziarsi dagli altri. In che senso? Nel senso che oramai è fin troppo stereotipata l’idea, ma ancor più l’immagine, del film hollywoodiano canonico, ovvero quello prevedibile, pro-america, spesso con trame banalotte e scarsi intenti di ricerca artistica. Vero, e vi dico di più: io sono uno di quei sfasciatesticoli ancestrale che finge di essere anti-hollywoodiano, ma che poi i film di Hollywood se li guarda eccome. Questa breve introduzione per dirvi che capita altrettanto spesso che alcuni autori hollywoodiani, consci del tipo di notorietà goduta da suddetta casa cinematografica, cerchino di reinventarsi e di “andare contro” i tipici canoni mainstream. Uno di questi è senz’altro Sam Mendes, o meglio quel Sam Mendes che girò nel 1999 questo assoluto capolavoro della storia del cinema. Il titolo ormai l’avete letto già da tempo, sto parlando di American Beauty e di questo film vi voglio parlare oggi.

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Ora vi dimostro un modo semplice ed efficace per far sì che questo articolo venga letto da tutti. L’ATTORE PROTAGONISTA È KEVIN SPACEY. Bene, ora che ho tutti i lettori sotto le mie diaboliche mani possiamo iniziare.

Ah dimenticavo:

QUESTO ARTICOLO CONTERRÀ SPOILER. Chiedo venia per il disagio, ma sono necessari.
american beauty kevin spacey
Dicevo: Kevin Spacey. Che dire del mio attore preferito? Assolutamente nulla. Tranquilli, non sono diventato un completo idiota, il punto è un altro. In questo film non posso fare a meno di parlare di un suo elemento se non in relazione a tutto il resto, perché in American Beauty funziona tutto, ma solo tutto insieme, scollegando o isolando le sue qualità e rendendole “indipendenti” queste diventano inefficaci. In altre parole, Kevin Spacey ha vinto l’Oscar al miglior attore protagonista, ma la sua interpretazione secolare è stata resa possibile, oltre che dalle sue incredibili doti di attore, anche dal contesto nel quale si trovava a recitare. Andiamo più nello specifico.
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American Beauty racconta una storia in apparenza semplice e assolutamente canonica: una famiglia di tre persone, padre, madre e figlia, lui scontento della sua vita e completamente oppresso dal lavoro e dalla moglie, lei completamente schizzata e concentrata unicamente sul suo successo personale e infine la figlia, tipica adolescente in rotta di collisione coi genitori, un po’ dark, un po’ strana ecc. ecc… Messa così pare quasi una trama pirandelliana moderna, ma in realtà quest’affermazione non è del tutto sbagliata, anzi.
Mentre Pirandello nelle sue opere rappresentava questo tipo di contesto in modo straniante e dando ai suoi personaggi connotati definibili “fuori norma”, in American Beauty è invece tutto plausibile: tutti i comportamenti, le decisioni, le evoluzioni dei personaggi si svolgono in modo assolutamente realistico. Non che con Pirandello le situazioni non fossero realistiche, ma la tendenza del drammaturgo italiano era quella di estremizzare un particolare aspetto dei suoi protagonisti in modo da renderlo allegoria e/o metafora del concetto che egli intendeva esprimere.
American Beauty fa la stessa cosa, ma senza l’estremizzazione. So a cosa state pensando: “ma un uomo quarantenne che di punto in bianco lascia il lavoro per andare a lavorare in un fast food, fare pesistica e drogarsi col suo vicino di casa adolescente non è estremo?”. Bé, no. Sicuramente meno estremo di un uomo che scoprendosi morto decide di essere morto per davvero. Il punto è proprio questo: in American Beauty ciò che succede sembra strano perché il protagonista si stacca prepotentemente dagli obblighi imposti dalla vita (Pirandello l’avrebbe definita forma, ma avete capito cosa intendo) prendendo il controllo su se stesso, senza dipendere più da nessuno, ma tutto ciò avviene in un contesto assolutamente realistico e verosimile.
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E così diviene tutto enfatico, si passa da una situazione canonica ad una strana, alla quale lo spettatore non è abituato, ma che lui stesso brama. Ed è adesso che vengono fuori le incredibili qualità del film: Sam Mendes ha allargato lo spazio vitale di Lester (Kevin Spacey) il quale ha ora la possibilità di rendersi completamente libero dalla schiavitù che era diventata la sua vita. E Lester lo fa eccome, tuttavia egli è un semplice essere umano e quindi la sua nuova libertà la ottiene nel modo più semplice possibile: facendo ciò che desidera, quando lo desidera, senza paura delle conseguenze. In un certo senso potremmo dire che egli vive la classica crisi di mezza età, ed in effetti è così, ma qui richiamiamo per l’ennesima volta Pirandello e affermiamo che quanto stiamo vedendo è assolutamente allegorico. Sam Mendes ci regala un’ode alla libertà, un’ode all’evasione dagli obblighi sociali imposti e autoimposti.
A cascata il cambiamento del protagonista influenza tutti gli altri personaggi del film e per questo posso affermare che arrivati alla conclusione tutti i personaggi sono cambiati, chi in meglio, chi in peggio, ma ad un certo punto della pellicola ci troviamo in una situazione che è l’esatto opposto di quella iniziale, dove il continuo spostamento della focalizzazione inscena il pieno coinvolgimento di ogni elemento filmico. È proprio in questo momento che scatta la molla: ma il vero protagonista del film chi è? La risposta facile sarebbe ovviamente Kevin Spacey, ma lo trovo limitante. È indubbio che Lester sia colui che innesca tutti i processi del film, ma cosa esattamente lo fa risvegliare, lo porta a capire che non può continuare a vivere in quelle condizioni?
LA VAGINA! In un certo senso è la risposta più azzeccata che si potrebbe dare, purtuttavia questo è un film che si prende parecchio sul serio, dove ci sono rimandi continui. Ergo è sì vero che Lester pare avere l’illuminazione di fronte all’eccitazione folle e morbosa che prova nei confronti dell’amica di sua figlia, ma con l’evolversi del tutto ci accorgiamo che questo in realtà significa una cosa sola: bellezza. Lester Burnham intuisce il cambiamento dal momento in cui si trova ad ammirare bellezza. Di rimando tutti gli altri personaggi della pellicola hanno una reazione/cambiamento in relazione all’esposizione a un qualsiasi tipo di bellezza. Da quella più banale come il corpo seducente di una adolescente, alla nuova vitalità sessuale riscoperta, passando per capacità di osservazione che cambiano la vita, fino ad arrivare all’incredibile bellezza di una busta di plastica che danza col vento. La bellezza, questa è la vera protagonista del film.
P.s.: Nulla di personale Kevin, anche tu sei bellissimo, ma sai questo è un film raffinato e tutto il resto quindi… Scusami ♥
american beauty rosso
Io spero che nessuno di voi sia arrabbiato con me. So bene che ho parlato di neanche della metà delle potenzialità di questo film, ma d’altronde American Beauty è talmente denso, sia cinematograficamente che concettualmente parlando, che mi sarebbe stato impossibile parlare di tutto. Insomma ho dovuto fare delle scelte, non potevo mica scrivere un trattato su American Beauty! In ogni caso qusto è un film che non si può raccontare, si può solo guardare ed ammirare, ergo, se nonostante l’avviso spoiler avete comunque letto questo articolo, fate un favore a voi stessi e andate a vedervi questo capolavoro. Soddisfatti o soddisfatti.
Ti amo Kevin.

Article written by:

Avete mai provato a descrivere voi stessi in poche righe? Io lo sto facendo adesso, ma mi rendo conto che dispongo di un numero insufficiente di parole per parlare di cotanta magnificenza. Ma ahimè forse è meglio così, almeno in questo modo sarete voi ad attribuirmi la forma che riterrete la migliore.

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