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Atlantis – L’impero perduto: il capolavoro steampunk (dimenticato) della Disney

Atlantis – L’impero perduto: il capolavoro steampunk (dimenticato) della Disney My rating: 4 out of 5

Nella seconda metà degli anni Novanta, la Disney non si può certo dire che se la stesse passando una favola in fatto di popolarità, soprattutto dopo l’iniziale insuccesso di Il Gobbo di Notre-Dame. Fu proprio per questo motivo che la casa di produzione dei sogni ha deciso di cambiare approccio alle sue produzioni, e con Atlantis del 2001 si è staccata dai toni della fiaba musicale per abbracciare un fascinoso e sperimentale ibrido tra avventura pura e fantascienza steampunk.

L’uso di varie tecniche digitali mescolate all’animazione tradizionale, i grandi nomi dietro le voci dei protagonisti (Michael J. Fox nei panni del protagonista Mylo) e gli artisti dietro le quinte (Joss Whedon, regista di Avengers, tra gli sceneggiatori e Mike Mignola, il papà di Hellboy, al concept design) caratterizzavano le grandi ambizioni da parte della Disney, ripagate però con l’ennesimo insuccesso commerciale.

Recensioni molto fredde e indifferenza del pubblico sancirono la condanna all’oblio di un film spesso dimenticato ma tutt’altro che disprezzabile. Siamo a Washington DC, nei primi anni del Novecento, e Mylo Tatch è un giovane e visionario linguista ossessionato dalla perduta città di Atlantide, alla cui ricerca era partito pure il nonno, deriso dall’intera comunità scientifica e bollato come pazzo. Il sogno di Mylo diventa realtà quando un ricco amico di famiglia gli finanzia una spedizione sulle tracce indicate dal misterioso Diario del Pastore. Seguirà un viaggio rocambolesco, che condurrà Mylo e un gruppo di singolari personaggi in fondo all’oceano, fino alle rovine dell’antica città, dove verranno a galla le misteriose e inquietanti ragioni della sua distruzione.

Ciò che colpisce da subito di Atlantis è il suo look stilizzato e spigoloso, ben lontano da quello che si associa tendenzialmente ai film della Disney e palese figlio dell’operato di Mignola, e la fusione di tecniche tradizionali e CGI lascia a bocca aperta, in special modo nelle sequenze d’azione. E così sequenze come quella del Leviatano o la battaglia finale sono dei veri e propri defibrillatori per le retine impossibili da dimenticare, stratosferiche a livello di spettacolarità e regia.

La sceneggiatura di Whedon, poi, è ugualmente ricca. Oltre alle ovvie citazioni al mito di Atlantide attribuito a Platone e all’immaginario steampunk di Jules Verne, la trama offre così tanti spunti che probabilmente ci sarebbe voluto il doppio dei suoi 90 minuti di durata per sviscerarli fino all’ultimo, ma i personaggi legati alla città (la bella principessa Kida e il suo anziano e saggio padre), il piacere della scoperta e dell’avventura, la minuziosità con cui è stata ricreata la cultura atlantidea (con tanto di lingua propria coniata ex novo) bastano a compensare il sentore di inconcludenza.

Impreziosito da una stupenda colonna sonora di James Newton Howard (vi lascio il link del mio brano preferito), perfetta per valorizzare i momenti topici, Atlantis è imho uno dei migliori lavori Disney di sempre, una gioia per gli occhi e per il cuore che la Casa del Topo raramente avrebbe replicato negli anni successivi. Certo, con almeno una mezz’ora di minuti in più si sarebbe potuto dare più respiro a un film che sembra correre un po’ troppo con il suo ritmo frenetico, ma il risultato riesce comunque a intrattenere, ad ammaliare e a far sognare.

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Classe 1996. Studente di lettere moderne a tempo perso con il gusto per tutto ciò che è macabro. Tenta di trasformare la sua passione per la scrittura e per il cinema in professione.

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