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Baby Boss, il potere dell’infanzia

Baby Boss, il potere dell’infanzia My rating: 3.5 out of 5

Ogni tanto agli Oscar non ci arriva solo la Disney.

Quando sei una dipendente dai film d’animazione come la sottoscritta, ovviamente il primo requisito è conoscere a memoria la filmografia Disney. Quando però escono trailer come quello di Baby Boss, quindi quando un cartone animato non Disney risulta interessante, è tuo dovere correre al cinema.

Beh, è esattamente quello che non ho fatto. Ragazzi, i film interessanti al cinema sono tanti, i giorni della settimana sono sette e i soldi sono pochi. Qualche mese fa però mi sono ricordata dei miei doveri e ho recuperato Baby Boss.

E ne sono stata davvero contenta.

Mettiamo le mani avanti

Chiariamoci, non starò qui a gridare al capolavoro, perché il mondo dell’animazione sforna prodotti geniali ultimamente, come Coco o La mia vita da zucchina, e Baby Boss ne è ben distante. Tuttavia scegliere una trama originale e fare un buon lavoro con mamma Disney compro tutto e faccio tutto io lì ad alitarti sul collo vuol dire avere le palle. E Baby Boss appunto, ha le palle.

La storia vede Tim, un bambino di 7 anni che non potrebbe desiderare una vita migliore, alle prese con il disastro più grande che potesse accadergli: l’arrivo di un fratellino. Come se già un fratello minore non fosse abbastanza sfiga, questo è uno degli “scelti dall’alto”, dall’agenzia di smistamento neonati (perché, da dove credevate che venissero i bambini?) per andare in missione sulla terra. Pertanto il bambino, di nome Theodore, sa parlare, è intelligente ed è un uomo… un bambino d’affari. Il problema? I genitori questa cosa non la vedono. Tim deve quindi scontrarsi con lo spostamento di attenzioni sul pargolo non pargolo e con le incomprensioni dei genitori, a meno di non scendere a patti con il fratello minore e aiutarlo nella sua missione: impedire che i neonati smettano di essere la cosa più carina per l’uomo e vengano sostituiti dai cuccioli.

L’importanza di crescere…

Mi sono dilungata sulla trama per rendere chiaro cosa intendo quando parlo di originalità. L’idea di base è infatti già geniale di per sé. Tuttavia Baby Boss riesce anche un po’ oltre e aggiunge i contenuti, comunicando in un prodotto divertente e godibile (quindi per nulla stucchevole, perché ormai lo abbiamo capito che i film di animazione li vogliamo intelligenti) un messaggio importante: crescere e rimanere bambini. Baby Boss, con questo neonato in affari, ci mette di fronte a un Tim che non sa guardare oltre, si attacca alle gelosie, ha paura di affrontare nuove esperienze (come andare in bicicletta senza rotelle) da solo. Di più, si sente in diritto di trattare male il fratello perché lo ha spodestato dalle attenzioni dei genitori. Sarà proprio la gigantesca avventura in cui egli lo lancerà a fargli comprendere che già da quell’età bisogna accettare di crescere.

…ma non troppo

Dall’altra parte però, Tim salva Theodore. Quindi Baby Boss fa un altro passo oltre, tornando a parlare del tema da sempre caro all’animazione, anche e soprattutto disneyana: non importa quanto avanti andremo nella vita, dobbiamo sempre essere in grado di usare la fantasia, che sia sognando o immaginando. Eppure no, non c’è nulla di stucchevole in questo film. C’è solo il potere dei bambini di arrivare a usare risorse apparentemente non tali per andare avanti e crescere, a modo proprio, alla sola condizione di essere amati. Esticazzi, direte voi, e l’ho detto anche io.

Chapeau dunque (e una nomination agli Oscar!) a Baby Boss, che per giunta ha toccato la questione dell’immaginazione dei bambini e del loro saper vedere oltre senza scomodare nessun plagio eventuale. Per aver saputo coniugare tutto ciò di cui c’è bisogno per un buon film d’animazione: un sacco di divertimento, dei contenuti validi e, cosa per niente scontata, una buona idea.

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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