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“Biancaneve e i sette nani” AKA la zombie-story più horror di sempre

Adoro le settimane a tema: per questo quando ho saputo che per Pasqua avremmo tutti scelto uno stesso soggetto per recensire un film, mi sono subito messa in prima fila come Oliver Twist per la seconda porzione di zuppa.

Poi la doccia fredda: “Ehi, ragazzi, la Pasqua tratta la Resurrezione di quel buontempone di Gesù, lo zombie più celebre della storia! Perché non facciamo un’intera settimana a tema zombie? Quanto siamo simpatici!”

Cavoli. Ora che mi invento.

Non ho mai condiviso l’entusiasmo di molti miei colleghi cinefili per gli zombie.

Sono una principessa delicata. Gli zombie puzzano. Sporcano. Sbavano. Sanguinano e suppurano. Insomma, ti rovinano l’arredamento.

Voi amici zombofili direte: “A’ principessa delicata de’ mei cojoni, non sei obbligata per forza a partecipare alla settimana a tema!”

Eresia! Ho passato anni a sentirmi esclusa dai compagni di asilo perché non sapevo chiudermi la cartella della merenda senza l’ausilio di servitori alle mie dipendenze e venivo lasciata indietro. Ho fatto voto che quei tempi non torneranno più.

Così, in queste situazioni, cerco sempre per divertimento una soluzione laterale: qual è un film che parla di gente che muore e poi si risveglia dalla morte, che risorge, una storia macabra piena di tinte fosche e personaggi freak, che tratta di peccato originale, con elementi derivati dalla cronaca nera reale conditi con un pizzico di cannibalismo e torture-porn, ma che si addica comunque a una principessa come me?

Biancaneve e i sette nani della Disney, naturalmente.

Voi adesso storcete il naso, ma so di parlare alle profondità del vostro cuore – staccato dal petto e riposto in uno scrigno: Biancaneve è il film horror più spaventoso di sempre, più radicato nel nostro subconscio. E Biancaneve, lei, è chiaramente uno zombie.

Rifletteteci. Molti dei film horror più riusciti giocano sui contrasti, non c’è elemento più spaventoso di ciò che è in apparenza confortante e zuccheroso. Clown, bambole, donne vestite da sposa, la risata di un bambino in piena notte. Nessuno sa giocare con questi elementi come Walt Disney. E Disney, con il suo primo lungometraggio animato – e il primo della storia del cinema (1937) – ci ha dato la zombie-story più inquietante mai scritta.

La Pasqua. Il Buontempone Gesù. Gesù risorge il terzo giorno per salvare l’umanità dal peccato originale. Il peccato che ci trasciniamo dall’alba dei tempi perché una donna ha mangiato una mela.

Biancaneve mangia una mela, muore e risorge. E risorge perché un principe azzurro – evidentemente senza cervello – la morde bacia.

La mela. Che la vecchia – in realtà la bella MILF Grimilde – offre a Biancaneve perché è diventata “la più bella del reame”. Vi ricorda pure un’altra mela celebre? Dorata? Ma sì, tutto fa brodo.

Facciamo un lucarelliano passo indietro. Alla fine del ‘500 in Ungheria visse una nota serial killer donna: la contessa Elizabeth Bathory, nota per aver rapito, torturato e ucciso più di 100 ragazze. La leggenda narra che ritenesse il sangue delle donne più giovani di lei un elisir di bellezza e che per questo se lo procurasse per potervi fare lunghi bagni. Questa affascinante terrificante figura femminile è stata un po’ l’alfa e l’omega per la nascita e lo sviluppo dell’iconografia dei vampiri, degli zombie e della Strega Cattiva di Biancaneve. Che infatti, anche nell’edizione disneyana, pretende dal Cacciatore che egli gli rechi il cuore di Biancaneve strappato dal petto in uno scrigno, come riprova della sua morte. La morte di una vittima e l’appropriazione di una parte fresca del suo corpo per garantire a sé vita lunga e salute, il simbolismo del “nutrimento” è chiaro.

Come se non bastasse, il film della Disney è letteralmente zeppo di elementi horror. Come la Bathory, Grimilde ha nelle segrete un’evidente stanza delle torture. Sì, lo so che sto risvegliando in voi traumi infantili assopiti. Personalmente, nell’intero film, trovo che vi sia una scena di un sadismo detto-non detto spaventoso, superiore a quello ai danni delle ostrichette in Alice nel paese delle meraviglie.

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In un castello pieno zeppo di scheletri umani senza nome, senza storia, più o meno in catene o appesi a varie macchine da tortura, viene a metà film concentrata l’attenzione su questo povero essere imprigionato, e fossilizzato dalla morte sopraggiunta nel gesto di raggiungere la brocca dell’acqua posta – si presume intenzionalmente – a un paio di cm troppo distante per il suo braccio per quanto dolorosamente allungato tra le sbarre. Non sappiamo né sapremo mai l’identità di questo scheletro, perché è stato catturato e tenuto lì, possiamo a stento immaginare che cosa abbia passato negli ultimi istanti della sua “vita” (considerato anche che il torrente sotterraneo imboccato da Grimilde gli scorreva proprio lì davanti agli occhi e alle orecchie). La Strega Cattiva, già nei suoi panni da vecchia, ci inciampa quasi, lo vede, lo deride.

“Cos’è, hai sete? E bevi allora!”

Calcia finalmente con disprezzo la brocca verso lo scheletro, che viene ridotto in mille pezzi.

Questo è Walt Disney, ragazzi.

Ci sono molti altri elementi inquietanti, tanto che potremmo quasi passare sotto silenzio il fatto che tutti i personaggi della storia sembrino evidentemente preda di droghe pesanti: sia Biancaneve, che vede gli animaletti del bosco aiutarla nelle faccende domestiche, sia i nani, profondamente convinti di scovare, incastonate nelle pareti delle miniere, pietre preziose già splendenti e tagliate alla perfezione. Il fatto che vivano isolati in una catapecchia nel bosco e non siano certo milionari – oltre al fatto che a fine lavoro chiudano a chiave le gemme dentro una stanza e lascino la chiave appesa accanto alla porta – farebbe decisamente propendere la bilancia verso l’allucinazione collettiva.

Ecco. I nani. Qua c’è da aprire un altro libro dell’immaginario horror a trecentosessanta gradi di questo film.

Ok, ok, vi sento, ormai viviamo in un’epoca in cui gli attori nani possono anche essere dei figaccioni e apparire sulle copertine di Rolling Stones (ad esempio Peter Dinklage, oppure anche… uhm… Peter Dinklage…), ma diciamoci la verità: per decenni nel cinema gli attori nani sono stati condannati a ruoli degradanti, a gnomi ridanciani, a Oompa-Loompa, a manovratori nascosti di robottini di Star Wars. E andando ancora più indietro nel tempo, i nani erano gli ospiti fissi dei Freak Show circensi, insieme a donne barbute, gemelli siamesi e varie altre disabilità che venivano all’inizio del secolo scorso messe alla berlina per il divertimento di grandi e piccini.

È vero che i nani di Biancaneve esistevano già nella favola dei fratelli Grimm, ben prima di Walt Disney; ma è stato proprio zio Walt a rendersi celebre per il fatto che, per la prima volta, ha conferito a ciascuno dei sette nani della storia dei caratteri fissi, degli human types, dei nomi: Cucciolo, Mammolo, Eolo, Pisolo, Gongolo, Brontolo, Dotto (con Biancaneve sono otto… Sì mi ricordo la filastrocca a memoria, non ho dovuto fare la ricerca su Google). Per ogni nome, una personalità. Eolo starnutisce. Il suo carattere è rappresentato dal fatto che… ha il raffreddore. Sempre. E via discorrendo.

Quindi Disney porta il Freak Show a un livello superiore: non solo nani, ma anche incastonati in caratteri fissi, immutabili nel tempo, che lasciano più domande che risposte. Per esempio: che diavolo è Cucciolo? Un nano adulto (che necessiterebbe forse di un un TSO)? Un nano bambino? E allora perché è alto come gli altri, che sono sicuramente anziani?

I nani amano Biancaneve e si fanno un mazzo così per proteggerla. E la proteggono fino all’ultimo, tolgono di mezzo la Strega Cattiva, hanno pure l’intelligenza di non seppellire la ragazza sei metri sottoterra costruiscono per lei una teca di oro e cristallo, ben prima che Sua Signoria il Principe decida di rischiare di sporcarsi il mantello e scendere dal cavallo, baciarla quando il pericolo è sventato e poi portarsi la bella al castello. Grazie nani, preziosissimi. Ora tornate alla miniera della friendzone, può darsi che per le festività vi torniamo a trovare. Anche no.

“Cara, è il nostro decimo anniversario, potremmo anche invitare al castello quei sette sfigati che ti hanno aiutato a far fuori tua madre… Come si chiamano, Rantolo, Angolo…”

“No tesoro, mi rovinano l’estetica della festa. E poi sospetto che siano morti, abbiamo abbattuto le miniere tempo fa per tirar su quella superstrada, ricordi?”

Se avessero mostrato questo film per tempo al gobbo Quasimodo, forse si sarebbe risparmiato molto disturbo inutile.

Non ci credete che Biancaneve sia una stronza? Vi rispolvero la memoria: quando prepara la torta ai mirtilli per i nani, ci fa scrivere sopra dagli uccellini “Grumpy” (Brontolo).

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Come, sorella, sette poveri nani ti ospitano in casa, ti cedono il letto e dormono sul nudo pavimento, cantano, ballano e si lavano per te, ti nascondono dalla strega, e tu cucini una torta per uno solo di loro?

Cosa sono queste preferenze?

E gli altri sei, poverini?

Proprio vero che le donne preferiscono sempre quelli che le trattano male…

Insomma, ragazzi: Biancaneve è un film horror, lo so io, lo sapete voi. Non occorre ricordarvi gli alberi del bosco morti e ritorti, con facce diaboliche, né la trasformazione della strega o la sua dipartita. Basti aggiungere che, a Disneyland, la giostra di Biancaneve e i sette nani è sconsigliata ai bambini troppo piccoli. O alle persone impressionabili. O con patologie cardiache. O incinte.

Tutta la storia ha come tema subliminale la masticazione, l’infezione, la contaminazione. Grimilde, la “zombie-madre”, avvelena la figliastra di modo da sottrarle giovinezza e bellezza, garantirle a sé – ma intanto accetta paradossalmente di degradarsi, prendendo le sembianze di vecchia, di strega. Biancaneve muore e viene inumata in una bara di vetro, ancora più bianca e ancora più fredda di quanto fosse prima, in ottemperanza al suo nome. Alla fine, dopo il suo breve Sonno di Morte, risorge, e non sappiamo quale sia il suo destino: se divorerà il principe non appena arrivata al castello e prenderà il posto della sua matrigna come regina zombie. Se sposerà un uomo con una figlia femmina. Se sarà invidiosa di questa figlia e le strapperà il cuore per nutrirsene, dopo che lei avrà mangiato una mela. La storia di Biancaneve e i sette nani può svolgersi all’infinito come un eterno ritorno.

Il tempo che scorre, la corruzione della carne sono il vero tema portante e simbolico della storia. Uno scorrere che non si accetta e dunque viene bloccato. La crisi di mezza età, comunque vogliate chiamarla. Perché la morale dell’articolo è questa: chi ambisce a diventare un vampiro, eternamente bello, eternamente giovane, che si nutre del corpo salubre e caldo di vittime sacrificali, quasi sicuramente è destinato a ritrovarsi zombie. Vecchio, in decomposizione, senza cervello e con pezzi che cadono in giro.

Questo articolo è in memoria dello scheletro deriso delle segrete, per non dimenticare mai. Non siate crudeli: quando tenete dei prigionieri in cantina, ricordatevi sempre di dargli da bere almeno una volta alla settimana.

 


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P.s. Se gli horror sono la vostra passione, fate un salto dai nostri amici di Horror Italia 24!!!
Magari prima di entrarci portatevi un machete, per sicurezza.

Article written by:

Francesca Bulian

Posata su uno scoglio da un gabbiano nell'agosto '86. Storica dell'arte, fangirl, cinefila. Ama i blockbusteroni ma guarda di nascosto i film d'autore (o era il contrario?). Abbonata al festival di Venezia. Lettrice compulsiva e consumatrice di serie tv. Ha sempre un occhio di riguardo per i suoi attori feticcio - per meriti professionali ma più spesso estetici.

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