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Big Fish: le storie di un Tim Burton incredibile

Big Fish: le storie di un Tim Burton incredibile My rating: 5 out of 5

L’essenza della nostra vita sta in ciò che raccontiamo 

Edward Bloom ha vissuto tutta la vita a raccontare storie del suo glorioso e avventuroso passato e non si risparmia neanche sul letto di morte quando il figlio torna da lui per occuparsi della sua malattia. 

L’incontro con il padre, con il quale non parlava da molto tempo, diventa occasione per ascoltare nuovamente le sue narrazioni popolate da strani personaggi e avventure difficili da credere, ma così affascinanti da scoprire. 

Tim Burton raggiunge uno dei picchi più alti della sua carriera realizzando un film capace di raccontare grandi tematiche quali la vita, la morte (di un genitore), il rapporto tra padre e figlio, l’amore e la potenza dei ricordi con morbida dolcezza e delicatezza. Un film che all’apparenza sembra molto piccolo, giocoso, fiabesco ma che in realtà nasconde una potenza filmica ed espressiva di rara bellezza, un’identità molto più adulta ed esistenziale di quello che può sembrare. Un film che nella sua resa finale oscilla tra l’ormai familiare tradizione cinematografica burtoniana, con assoluti e grandiosi richiami al cinema circense di Fellini e a una cura e perfezione tecnica di livelli kubrickiani. 

Tim Burton è un pittore: la sua tela è lo schermo, il suo pennello la cinepresa

Ritengo che la figura del regista sia come quella di un pittore, il suo compito è riempire la tela dello schermo di un cinema armato del suo pennello, la cinepresa. Tim Burton sa perfettamente realizzare un quadro ad ogni singola inquadratura che dipinge: i colori accesi che passano a quelli pastello e ricadono su tonalità cupe a seconda delle situazioni, i vari contrasti della luce che illumina le scenografie, la poetica dell’acqua e la metafora del grande pesce, il trucco degli attori, i movimenti della macchina da presa così semplici quanto cinematograficamente potenti (la semplicità alle volte è la cosa più difficile da fare nel cinema), creano un mondo visivamente e narrativamente difficile da abbandonare alla fine del film, un universo nel quale vorremmo vivere tutti, assaporare le avventure di Edward Bloom ancora per molto tempo e la fine di film come questo porta solo dispiacere perché vorremmo che durasse ancora e ancora per ascoltare nuove storie.

”Tenuto in un piccolo vaso, il pesce rosso rimarrà piccolo,in uno spazio maggiore esso raddoppia , triplica,o quadruplica la sua grandezza.. E allora mi venne da pensare che forse il motivo della mia crescita fosse dovuto al fatto che ero destinata a cose più grandi.. dopo tutto un uomo gigante non può avere una vita di usura ordinaria.”

La dolcezza di temi esistenziali

Il tema della vita e della morte si intrecciano inevitabilmente con tutto il resto, senza mai confondersi, Burton dosa egregiamente ogni cosa, ogni contenuto, ogni messaggio senza il rischio di cercare di dire tanto senza poi alla fine dire niente. Big Fish: le storie di una vita incredibile sembra invece seguire il procedimento inverso volendo parlare di poche cose finisce per parlare di tante altre senza che nessuna di questa sia trattata con superficialità. 

La vita vissuta di un uomo, più o meno credibile, fatta di giganti, di nani, di donne a due teste (rivalutazione poetica cinematografica totale per i freaks), streghe e maledizioni (tanto cari a Burton), colpi di scena, lampi di genio e tanto romanticismo rendono così affascinante e memorabile il personaggio Edward Bloom (interpretato da giovane da Ewan McGregor e da anziano Albert Finney), così attaccato alla vita, al valore sentimenti, così entusiasta e divertito ad affrontare ogni prova e ogni difficoltà. Quanto ha da insegnarci sulla vita a noi spettatori un simile personaggio, quasi un moderno Peter Pan desideroso crescere senza però mai venire meno a se stesso, al suo eterno entusiasmo da bambino. 

Will Bloom, il figlio di Edward, ha dei complessi di inferiorità rispetto al padre. Will vive una vita felice ma ordinaria e si sente molto a disagio davanti alle narrazioni del padre che, negli anni, per lui sono diventate delle ripetitive cantilene ormai prive di valore. L’incontro tra i due, dopo molto tempo, diventa occasione di riscoprire quelle storie, poter dare un valore diverso ad esse e riavvicinarsi al padre. La morte del padre e i racconti della sua vita danno la forza a Will per poter affrontare la vita e il ruolo di genitore che gli spetta, un lasciarsi per rincontrarsi però sempre nei ricordi.

La verità è che io non mi riconoscevo per niente in mio padre e credo che lui non si riconoscesse per niente in me: eravamo come due estranei che si conoscevano molto bene.

Una bugia per dire la verità

Chissà se Edward Bloom ha davvero vissuto tutte quelle storie o se invece sono solo frutto della sua fantasia per nascondere invece una vita ordinaria e comune a tante altre; però è così bello credergli e poco importa allo spettatore se tutto è menzogna perché tutto appare così reale e vicino a noi, a come siamo, a cosa pensiamo e come vorremmo essere. Anche se è tutto una bugia, per tutte le cose che ci dona, a noi piace crederle. 

“Vi è mai capitato di sentire una barzelletta così tante volte da dimenticare perché è divertente? E poi la sentite di nuovo e improvvisamente è nuova. E vi ricordate perché vi era piaciuta tanto la prima volta… A furia di raccontare le sue storie, un uomo diventa quelle storie. Esse continuano a vivere dopo di lui, e così egli diventa immortale.”

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Ordinaria vita di un qualsiasi comune mortale, il cinema mi piace perchè mi piace, per il resto: faccio cose e vedo gente...

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