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Brexit: The Uncivil War. La tv british al suo meglio fra politica e tecnologia

Brexit: The Uncivil War. La tv british al suo meglio fra politica e tecnologia My rating: 4 out of 5

Da qualche settimana a questa parte la Brexit è diventata realtà. Dopo il referendum del 2016 che ha lasciato tutti di stucco e ci ha fatto ricordare l’esistenza di posti improbabili tipo Gibilterra, dopo le inchieste sullo stato della macchina di Boris Johnson che in effetti non era troppo distante da quello di un alcolizzato con una passione malsana per il Burger King, dopo che Hugh Grant tentò un porta a porta disperato pur di convincere gli inglesi a non fare mattate e il Boris di cui sopra per tutta risposta mise in scena una purtroppo riuscitissima parodia di Love Actually, il 23 gennaio del 2020 la povera Betty, già provata dai colpi di testa del nipote prediletto e consorte, si è trovata a dover ratificare l’accordo. Il Regno Unito è ufficialmente out. E adesso? Bella domanda. Certo, magari se qualcuno i dubbi se li fosse posti un po’ prima, diciamo un cinque anni fa, forse adesso non ci troveremmo al bar a giocare a Risiko.

È quanto suggerisce tra le righe Brexit: The Uncivil War, film del 2019 di Toby Haynes andato in onda prima su Channel4 e poi dai cuginastri arricchiti su HBO. Brexit: The Uncivil War racconta, in modo romanzato ma non troppo, il lavoro di Dominic Cummings, un Benedict Cumberbatch in formissima, istrionico stratega della campagna Vote Leave, e dei giochi di potere che tra il 2015 e il 2016 hanno portato a quello che sappiamo.

Per gli appassionati di storia e politica questo è un film da non perdere, tanto che non si capisce perché non abbia avuto un respiro più ampio del piccolo schermo. Ma anche per gli amanti della tecnologia: perché, con toni che ogni tanto richiamano il Black Mirror dei primi tempi, Brexit: The Uncivil War mostra il peso che hanno avuto i social media nell’esito del referendum, e quanto sia stato importante saperli manovrare.

Il film ci mostra infatti un doppio scontro: quello macro, che conosciamo tutti, tra Leave e Remain, e quello, molto più intrigante e insidioso, all’interno del gruppo pro-Brexit. Dagli indipendentisti da osteria dell’UKIP – e qui Paul Ryan e Lee Boardman riescono a fare di Nigel Farage e Arron Banks delle caricature grandiose, che sarà una magra consolazione ma di qualcosa dobbiamo pur campare –, agli anziani MPs, parrucconi e totalmente incapaci di elaborare una strategia utile alla vittoria, ai lobbysti dall’aria impacciata e secchiona, fino ad arrivare appunto a Cummings e ai suoi seguaci: con le solite scarpe da ginnastica e la solita felpa da college da genietti del computer anticonvenzionali e visionari, capaci di citare nella stessa frase Sun Tzu e Mark Zuckerberg, e fini analisti dei tempi che corrono.

Esattamente ciò che non hanno saputo essere i comunicatori della campagna Remain, uno fra tutti Craig Oliver (Rory Kinnear), capo dello staff di David Cameron: focalizzati su lavoro ed economia e sull’idea che uscire dall’Unione Europea li avrebbe affossati entrambi, mentre Cummings nelle chiacchiere al pub capiva che secondo l’avventore medio era proprio l’Europa la causa del peggioramento delle sue condizioni di vita; decisi a far leva su coloro che in ogni caso avrebbero votato per restare, portando i pareri di esperti di economia e politica internazionale, quando l’UKIP li accusava di un fantomatico Project Fear volto a spaventare la gente comune con paroloni incomprensibili; totalmente distanti dal cosiddetto paese reale, mentre i Vote Leave andavano a bussare alle porte più dimenticate di Jaywick; e, last but not least, concentrati su una campagna da poster anziché da post.

Uno dei momenti salienti di Brexit: The Uncivil War è infatti l’incontro fra Cummings e Zach Massingham (Kyle Soller), cofondatore di AggregateIQ; se il nome vi dice poco, immaginatevelo come un parente molto stretto di Cambridge Analytica. I social media sono in grado di capire quando si sta perdendo l’interesse per il partner, quindi mappare i sentimenti sulla situazione macroeconomica è un gioco da ragazzi, ci dice Massingham; e altrettanto facile è indirizzare le preferenze di indecisi, poco informati e in generale di quei tre milioni di possibili voti di cui nessuno sospetta l’esistenza. Lo fece per primo Obama, otto anni dopo Trump lo ribaltò a proprio vantaggio, e allora perché non sfruttare lo stesso schema per la Brexit?

Brexit: The Uncivil War sembra solo il racconto di un anno decisivo per la storia dell’Inghilterra, ma in realtà è molto di più: è una fotografia di come è cambiato il mondo, dei timori di chi questo cambiamento non lo capisce, dell’inettitudine di chi non lo vuole vedere, e dell’abilità di chi invece non solo lo ha compreso appieno, ma è ben deciso a sfruttarlo a suo vantaggio. Un manuale di scienze politiche condensato in un’ora e mezza, e pure un’ottima prova di recitazione e sense of humour – dopotutto siamo pur sempre in Inghilterra, no?

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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