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Broken Flowers: quando Jarmusch girò un road movie

Broken Flowers: quando Jarmusch girò un road movie My rating: 4 out of 5

Probabilmente, a scuola di cinema, Jim Jarmusch non era il secchione della classe. Dalle strategie narrative alla gestione dei generi passando per una spiccata, e idiosincratica, predilezione per la piattezza di campo, il regista di Akron, Ohio, e paladino del cinema d’arte internazionale, non è mai stato famoso per le sue abilità di conformista. E il suo Broken Flowers (2005) ne è ulteriore prova.

Broken Flowers è la storia ri-percorsa di Don Johnston, canuta versione americana del seduttore di Siviglia interpretata da uno ieratico Bill Murray in versione convitato di pietra. Don, come direbbero gli americani, è “ben oltre la propria primavera”: apatico al limite dell’immobilità, probabilmente in pensione dopo aver portato a casa un discreto gruzzolo commerciando in sistemi informatici, la pellicola di Jarmusch si apre con l’ultima relazione naufragata di Don. Sherry (Julie Delpy), sua non-più-compagna, sta facendo le valigie, intenzionata a lasciarlo per sempre. Ma, proprio mentre questa apre la porta della casa di Don, compare una lettera rosa, intestata a macchina, dove una misteriosa ex-fiamma di Don afferma di aver avuto un figlio da lui circa 19 anni prima. E che quel figlio, in quel preciso momento, è sulla strada verso l’abitazione del padre.

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L’apatia di Don è però tale che, se non fosse stato per il suo vulcanico vicino di casa Winston (Jeffrey Wright), Broken Flowers non sarebbe nemmeno iniziato. Winston è di origini etiopi, ha una moglie, cinque figli, tre lavori, e si diletta di polizieschi, e, anzi, vorrebbe diventarne autore lui stesso. L’entusiasta Winston organizza così una routine investigativa per Don: questi dovrà recarsi a far visita a tutte le papabili madri del misterioso figlio, tenendo gli occhi bene aperti per ogni indizio che rimandi anche solo vagamente al colore rosa. Allo stesso tempo, dovrà presentarsi alla porta delle signore con fiori, sempre, rigorosamente, dello stesso colore dell’enigmatica lettera.

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La traiettoria narrativa da classico whodunit viene però scombinata dai piani di Jarmusch. Il regista, che dei suoi film è anche scrittore, non ha intenzione di rendere Broken Flowers facilmente classificabile sotto alcuna etichetta: che di road movie o di mystery-thriller si voglia parlare, ci si troverà sempre con un surplus di parole in bocca. Ricordandoci come la nozione di genere non rimandi ad altro che ad autoimposte tabulae rasae di pre-comprensione della realtà, quello che Jarmusch fa è porsi su un altro piano. Un livello di operatività del tutto differente, dove sono i generi, o elementi di essi, che fanno capolino nella vita di tutti i giorni, e non il contrario; un universo parallelo dove le coincidenze, quelle vere, esistono. E dove i personaggi, o alcuni tra loro, rischiano sempre di cadere nella trappola della sovrimposizione di senso, trasformando semplici eventi in segni, manifestazione di una superiore struttura che tutto regga insieme.

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Eppure una tale struttura, in Broken Flowers, non c’è. Diversi invece, e più impalpabili, i fili che tirano insieme le scene della pellicola, creando uno dei più fini (ri-)circoli narrativi con cui Jarmusch abbia abbellito la propria filmografia (insuperata, forse, in questo senso, da Paterson, 2016). Più ossessiva, e allo stesso tempo più liberatoria, l’incertezza di movimento che attanaglia non solo il personaggio di Murray, ma anche lo spettatore stesso, il quale, mentre lascia che le immagini si susseguano al ritmo del jazz etiope di Mulatu Astatke, non può fare a meno di domandarsi se è proprio questo il film in cui voleva essere catapultato. È la proiezione giusta? Che cosa ne è stato della sinossi?

Ma una risposta, in Broken Flowers

…ma una risposta, sorride benevola l’alta zazzera candida del cineasta americano, probabilmente non c’è. E se invece. Se invece le peregrinazioni infarcite di riferimenti letterari e cinematografici di Don Johnston non fossero altro che un garbato preambolo? Se quello che la mente dietro a questo teatrino di luci e ombre non stesse semplicemente cercando di dirci che la prima, ed essenziale, questione è proprio chiedersi: che cosa sto cercando? Qual è la mia domanda?

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Nata non tanto tempo fa in una galassia lontana lontana. Drogata di sperimentazioni culinarie, auto-proclamatasi Divoratrice di Cioccolata in Capo, ride quando vede dei pinguini. Elisa lavora part-time al Double R Diner di Twin Peaks, viene da New Orleans, ma a volte le scappa un accento italiano. Le piace guardare film che non capisce, ma il suo vero grande amore è Stanley Kubrick. Se la incontrate al cinema, non sedetele vicino. Se non l'aveste capito, Elisa odia descriversi.

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