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Caché – Niente da nascondere: Michael Haneke tra thriller e memoria

Caché – Niente da nascondere: Michael Haneke tra thriller e memoria My rating: 3 out of 5

Caché in francese significa “nascosto”. Come la telecamera che da qualche giorno spia ogni passo di una coppia dell’alta borghesia parigina come ce ne sono tante: lui presentatore di programmi culturali, lei genericamente impiegata nell’editoria, un figlio adolescente problematico ma non troppo. Una banale storia di stalking nei confronti di qualche famoso, all’apparenza. Solo che in questo caso i famosi sono Daniel Auteuil e Juliette Binoche, chi racconta è Michael Haneke e le vicende dei nostri hanno sfiorato la Palma d’Oro a Cannes nel 2005. Ed ecco che Caché – Niente da nascondere diventa improvvisamente interessante.

Anche perché con Haneke nulla è lasciato al caso: quello che per chiunque altro sarebbe un thriller e nulla più, per il regista austriaco diventa un’indagine nel passato personale e collettivo. Il personaggio di Daniel Auteuil ha infatti condiviso l’infanzia con un ragazzo africano, che ha sperato invano per anni di diventare suo fratello a tutti gli effetti; quella stessa Africa con cui la Francia ha più di un conto in sospeso. Una vita invidiabile, la sua, che in chi l’ha sempre vista solo di riflesso può suscitare invidia, frustrazione, violenza. Ma se la realtà fosse così semplice, Michael Haneke non si sarebbe messo dietro la macchina da presa.
Moltissime sono le scene che lasciano intuire le tensioni e i silenzi che stanno dietro alla perfetta coppia gauche caviar: dal rapporto morboso tra la donna e il suo editore e amico di famiglia, alle cene tra conoscenti dove di tutto si può parlare fuorché dei problemi, alla reazione spropositata dell’uomo verso un ciclista di colore. Attimi solo in superficie fini a se stessi, ma che contribuiscono a comporre un mosaico di stridori degno del miglior Haneke.
caché
Caché – Niente da nascondere non è uno dei suoi film più noti o disturbanti: non c’è la freddezza de Il nastro bianco, né la crudeltà di Amour, né la follia di Funny Games. Ed è anche piuttosto lento. Ma riesce a entrare sottopelle, a coinvolgere lo spettatore prima come fosse un investigatore, poi calandolo nei panni del protagonista, infine della sua nemesi: nessuno è buono, nessuno è cattivo, nessuno è privo di scheletri nell’armadio.
Tra bambini stilizzati che vomitano sangue, galli decapitati e bambini trascinati via da un cortile in preda ad urla strazianti, con la sola compagnia di un’inquadratura fissa, Caché – Niente da nascondere riesce perfettamente nell’intento ultimo di Haneke: lo si può amare o odiare, ma in ogni caso non lascia indifferenti.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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