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Café Society – Un Allen senza speranze

Café Society – Un Allen senza speranze My rating: 4 out of 5

L’ultimo film di Woody Allen, Café Society, presentato fuori concorso a Cannes, è l’ennesimo brillante trattato sulla decadenza della nostra società.

Deve trovarci senza dubbio una funzione catartica Woody Allen nell’espressione artistica, sicuramente un modo per liberarsi dalle sue tante nevrosi. In fondo, il genio è condannato a non poter evitare la consapevolezza che non ci saranno mai risposte alle sue domande. La vita non ha senso. Allen ce lo dice sempre, ogni anno, in ogni suo film. Qualche leggero cambiamento narrativo, ma i concetti sono gli stessi da oltre quarant’anni. Bisogna tenersi occupati, distrarsi, il lavoro è negazione della morte. Ma allora hanno ragione i critici, appunto, a criticargli il fatto che i suoi film sembrino sempre uno uguale all’altro? Perché Café Society sembrerebbe attingere a piene mani dai suoi vecchi lavori e rimescolarne le carte (il finale è identico al suo Basta che funzioni da un punto di vista musicale).

cafesociety_2016_09-h_2016La risposta è no. Ma Café Society rivoluziona la filmografia di Allen? La risposta è ancora no. Eppure, questo suo ultimo lavoro spinge comunque un po’ più in là l’asticella del pessimismo del suo autore. Perché solo a degli occhi ingenui e superficiali questo film potrebbe sembrare una semplice commedia romantica dai risvolti inaspettati. Café Society è un ulteriore passo avanti nella poetica del regista, ormai completamente disilluso e senza speranze nei confronti dell’intero genere umano. Un’opera profondamente tragica.

Il film racconta gli intrecci amorosi tra un giovane ebreo di New York, interpretato da un Jesse Eisenberg à la Woody Allen, suo zio, uomo di potere nella Hollywood degli anni ’30, e la sua segretaria. Se il palese omaggio allo star system dell’epoca è solo un pretesto, Allen ci mette un attimo a smascherare la superficialità edonistica dell’intero sistema. Un’operazione che aveva già fatto con Celebrity, ma qui il tutto non si limita alla ovvia denuncia sociale. Se Los Angeles è la terra dalla quale stare lontani, Manhattan è sempre stato il nido dell’Allen cinematografico, per citare Pascoli. Eppure, superati gli 80, l’autore newyorkese non risparmia nemmeno la Grande Mela, vero e proprio teatro della decadenza morale ed intellettuale di quella che dovrebbe essere un élite culturale.

42005Fatalismo esistenziale e sfiducia religiosa sono i principali ingredienti dell’opera, che presenta interessanti nuove prese di posizione del regista da un punto di vista prettamente visivo. Innanzitutto, Allen non ha mai mostrato l’atto violento in un suo film e, anche nei suoi lavori più arditi, come Match Point, l’atto violento avveniva fuoricampo. Café Society ha scene violente esplicite ed è in questo senso un film rivoluzionario nella filmografia dell’autore, quasi a rimarcarne la disillusione totale. Inoltre, spesso la regola dei terzi non viene rispettata, ovvero i personaggi non predominano sugli altri elementi dell’inquadratura, e ciò enfatizza quanto i problemi dell’uomo siano piccoli ed irrilevanti rispetto a tutto ciò che gli sta attorno. Allen infatti non si sofferma volutamente nel mondo interiore dei protagonisti, mai è stata e mai sarà sua intenzione quella di sviscerare i suoi personaggi.

42003Un grande applauso lo merita il nostrano Vittorio Storaro, direttore della fotografia, e non per semplice patriottismo. Mai quanto in questo film la fotografia gioca un ruolo fondamentale nel delineare il pensiero del regista nei confronti dell’ambiente esplorato dalla macchina da presa. Così, le feste dell’alta società sono illuminate e sature all’inverosimile, dal forte senso kitsch, in modo da sembrare tanto finte quanto i legami che vi ci si intrecciano. Allo stesso modo, l’innamoramento tra i due protagonisti è ben espresso dalla luce emanata dalle candele in scena, le quali esprimono un forte senso di calore, e le azioni immorali vengono immortalate in immagini smorte, senza colore.

Per finire, si ripete per l’ennesima volta la regola che qualunque attore che reciti per Woody Allen elargisca una buona prova. Non fa eccezione una brava Kristen Stewart che, dolce e sensibile, ma debole, mostra sulla sua pelle i cambiamenti che l’alta società provoca al suo personaggio. Da segnalare anche un grande Corey Stoll (già protagonista della serie The Strain e nel cast di House of Cards), che per Allen fu già Hemingway. Qui Stoll impersona un bisogno che tutti noi abbiamo: che ci sia qualcosa dopo la morte, perché non può finire tutto così. Un’amarezza con cui nemmeno Allen riesce a convivere.

Se anche l’ebraismo avesse l’aldilà, avrebbe di sicuro più clienti.

Article written by:

Mauro Paolino

Classe 1996, inizia a scrivere recensioni cinematografiche all'età di 15 anni. Appassionato di cinema, scrittura e storia dell'arte moderna, passa le sue giornate a guardare film, scrivere sceneggiature scadenti e coltivare la sua barba, nella falsa convinzione di sembrare un ragazzo intellettualmente impegnato.

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