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Il capitale umano, Paolo Virzì: quanto vale la vita di un uomo?

Il capitale umano, Paolo Virzì: quanto vale la vita di un uomo? My rating: 4 out of 5

Viviamo in una società di merda, perdonate l’eufemismo, ma è inutile continuare a girarci attorno, più mi guardo intorno e più ne sono convinta.
Ed evidentemente non sono l’unica a pensarla così: anche il regista Paolo Virzì ha manifestato appieno tutto il suo disincantato pessimismo condendo di amara ironia la trama e le implicazioni contenute all’interno di un film, Il capitale umano, che ci offre uno spaccato decisamente realistico di ciò che ci circonda: un’orda di fenomeni da baraccone che anelano a una ricchezza sempre più cospicua, a uno status sociale un po’ più alto, ad avere l’auto più bella rispetto al vicino, o l’amante un po’ più giovane. Insomma, lo squallore non ha limiti, questo è certo.
E per cosa, poi? Per ritrovarsi impoveriti, attanagliati da una sterilità d’animo e di sentimenti dalla quale difficilmente si riesce a sfuggire.

Virzì, Il capitale umano

Siamo abituati a vedere un Virzì alle prese con il genere della commedia, ma stavolta il regista ha saputo stupire il suo pubblico con un noir decisamente riuscito: tutto inizia e ruota attorno a un incidente stradale, un ciclista investito da un SUV, che prosegue la sua folle corsa senza fermarsi a soccorrere la vittima. Un fatto di cronaca tristemente quotidiano, banale se vogliamo, routine mescolata ad abitudine.
Da questo incipit, il film si spezza in capitoli che si concentrano sulla vita di ciascun protagonista, pur mantenendo un forte senso di unitarietà e un’assoluta comprensione per lo spettatore, un puzzle da ricostruire pezzo dopo pezzo, dolore dopo dolore, ingiustizia dopo ingiustizia.

La realtà viene filtrata inizialmente attraverso lo sguardo di Dino Ossola, un immobiliarista in difficoltà a causa della crisi, interpretato da un Fabrizio Bentivoglio con accentuato (e molestissimo) accento lombardo, un uomo volgare, privo di acume che, approfittando della relazione della figlia Serena (Matilde Gioli) con il rampollo della ricca e potente famiglia Bernaschi, aspira a un’ascesa sociale per lui impossibile. Insomma, un “grebano” della prima ripreso nel suo patetico tentativo di diventare un “bauscia” coi fiocchi, pessima scelta.

Il secondo punto di vista è quello di Carla Bernaschi (Valeria Bruni Tedeschi), moglie ricca e insoddisfatta, ex attrice che troverà una momentanea consolazione in una romantica relazione extraconiugale. Il migliore e collaudato dei cliché.

Il terzo punto di vista è proprio quello di Serena Ossola, la figlia di Dino, la voce più autentica, l’unica che cerca l’amore vero, insieme alla matrigna, psicologa (Valeria Golino), una donna dolce e forte al tempo stesso.
Il finale è lacerante, straziante ma non inaspettato, estremamente drammatico nella sua autenticità.

Per quanto riguarda il cast, siamo di fronte a un orologio dall’ingranaggio perfettamente oliato, tutto funziona a meraviglia e si incastra senza attriti.
Superbi gli attori già noti sul grande schermo, specialmente Bruni Tedeschi, perfettamente calata nel suo patetismo, nella sua rassegnazione, nel suo mancato riscatto, mancato davvero per un soffio.
Decisamente interessanti anche i nuovi volti, specialmente quello di Matilde Gioli, che ricorda un po’ una Eva Green ancora acerba, e per questo ancor più bella e affascinante.
capitale-umano

Un film che non esiterei a definire feroce, perché ti sbatte in faccia lo squallore della realtà senza mezzi termini, ti getta addosso la massima estremizzazione di una società dei consumi che ci sta divorando, in un Paese dove, se non sei ricco, non conti nulla, tutto si può comprare, tutto ha un prezzo.

Tutto, ma proprio tutto, compresa la vita spezzata della vittima sacrificale di questa storia, il malcapitato ciclista citato all’inizio, la cui morte varrà un ben misero risarcimento alla famiglia, valutato in base al cosiddetto “capitale umano“, per definizione “l’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni, acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi”. Insomma, anche il titolo è decisamente azzeccato, non c’è che dire, e la spiegazione finale, fredda, asettica, da libro stampato, rende ancor meglio l’atmosfera del film.

Ne Il capitale umano nessuno è innocente, anche chi ha le mani apparentemente pulite, e Virzì ce lo sottolinea con raffinato candore, lasciando finalmente da parte quell’indulgenza cinematografica che ha avuto il sopravvento fino ad oggi.

Article written by:

Arianna Borgoglio

Giornalista freelance, 26 anni, laureata in Conservazione dei Beni Culturali e in Informazione ed Editoria, coltivo le mie passioni con tenacia e voglia di mettermi in gioco. Tra queste scrittura, letteratura, cinema, storia dell’arte, cucina – intesa come amore per il buon cibo più che predisposizione verso i fornelli! - viaggi, musica e chi più ne ha più ne metta. Nelle mie recensioni sono spietata... q.b., ma non è colpa mia: è che mi disegnano così ;)

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