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Carnage – Il mondo in una stanza e quattro personaggi

Carnage – Il mondo in una stanza e quattro personaggi My rating: 5 out of 5

Da un testo della drammaturga Yasmina Reza, Polanski dirige Carnage e, solo con la forza dei dialoghi e degli attori, mette in scena l’umanità

La carneficina

Partiamo dal titolo: Carnage, massacro, carneficina. Per la precisione il dramma teatrale di Yasmina Reza da cui è tratto il film si intitola Il dio del massacro. Valutate con attenzione come e se approcciarvi a questo film se siete sensibili alla violenza. Ad esempio, la mia impressionabilità di fronte a scene forti è molto strana. Non so, se vedo fiumi di sangue, teste che saltano, budella che escono o mostri bavosi che spuntano tutto sommato faccio spallucce e tuttalpiù mi lamento del cattivo gusto del regista. D’altra parte, se mi fai vedere ragni o ossa, anche di piccolo taglio, che si spezzano, mi trovi subito dietro il cuscino.

Ricordo, per esempio, che volevo uscire dal cinema durante tutti i vari incontri con ragni giganti delle saghe fantasy (vedi Aragog in Harry Potter e la camera dei segreti e il megaragno di cui non ricordo il nome de Il Signore degli Anelli). Per farvi capire, la sequenza che più mi ha impressionato nella mia vita è, non prendetemi in giro, una scena semi-inutile del semi-inutile Vertical Limit. A Robin Tunney si spezza il dito cercando di rimanere aggrappata alla parete e il suo compare glielo mette a posto a mano.

Ghhhhhh, se ci penso urlo.

Ok, tutto sto pippone per dirvi che questo film è entrato anch’esso nella categoria di violenza che mi fa stare male. Stiamo parlando dunque di un film di guerra gigahorrorthrillersplatterossaspezzateovunque??

No, per niente, si tratta invece di una versione cinematografica che si svolge in un salotto per quasi tutti i 79 minuti del film. Ci sono solo quattro personaggi, certamente non si toccano l’un l’altro e non ci sono effetti speciali. Quella che avviene all’interno del film è, se possibile, uno scontro ancora più violento.

Ma andiamo con ordine.

L’incipit

La prima scena è una delle poche che non si svolge nell’ambientazione che vedremo nel corso di tutto il film. In lontananza si vede un gruppo di ragazzini che bisticciano, fino a che uno di loro colpisce un altro con un bastone.

La transizione ci porta direttamente nel salotto di due dei protagonistiPenelope e Michael Longstreet. Quest’ultimi sono i genitori del bambino colpito al parco e hanno invitato i genitori del bastonatore, Nancy e Alan Cowan, per risolvere la faccenda da persone civili.

Diamo uno sguardo a tutti i personaggi.

Penelope Longstreet (Jodie Foster): la facciata di moralità della situazione e cultrice di un’educazione mirata per i figli. Benché all’apparenza cordiale, fin da subito si lancia in giudizi ficcanti nei confronti dei coniugi rivali. Il volto duro e tirato della Foster si adatta perfettamente a questo personaggio.

Michael Longstreet (John C. Reilly): accogliente e bonario. Cerca sempre di essere accomodante e di mantenere la calma, invitando tutti a non imporsi e ad essere ben disposti nei confronti dell’altro.

Nancy Cowan (Kate Winslet): la Rose di Titanic interpreta in modo sublime una stressata operatrice finanziaria. Dallo sguardo apatico e fragile, cerca di mantenere l’aplomb, ma pare in profondo conflitto col marito.

Alan Cowan (Christoph Waltz): un personaggio che consacra ancora la potenza recitativa dell’attore austriaco. Avvocato in carriera, costantemente attaccato al cellulare e apparentemente del tutto disinteressato al diverbio. Dotato però allo stesso tempo di una glaciale ironia, analizza molto cinicamente le situazioni che gli si parano davanti.

Questa specie di pagellone dei personaggi potrebbe apparire totalmente fine a se stesso. Tuttavia, è necessario, perché l’intero film si basa sulla degradazione di questi personaggi da quella che è la loro apparenza a quello che rappresenta lo specchio dei loro veri sentimenti.

Il degrado

In 79 minuti infatti la situazione passa, attraverso risvolti inattesi, dal cordiale rapportarsi costruito di due coppie di sconosciuti alla totale carneficina della moralità umana. Inizialmente, i quattro cominciano semplicemente a rinfacciarsi reciprocamente le azioni dei propri figli. Da lì il passo alla velata critica ai rispettivi metodi educativi è molto breve. Si trasla poi rapidamente all’esplodere di giudizi sulla vita lavorativa e non di ognuno.

Insomma, credo abbiate capito il concetto: tutti e 4 finiscono per scannarsi.

L’azione, interrotta continuamente dalle fastidiose telefonate di lavoro di Alan, sembra trovare una sua fine diverse volte, ma vediamo sempre i coniugi Cowan che, in procinto di andarsene, vengono trattenuti in maniera via via più aggressiva.

Lentamente i personaggi, aiutati dall’alcol, si spogliano dei loro “abiti civili e buonisti”. Non sono più solo le due coppie che fanno squadra. C’è una continua alternanza, cambi di “alleanza” e spostamenti del focus dello scontro. Escono infatti i problemi coniugali, gli odi reciproci, i problemi futili e le crisi esistenziali.

Tutti e 4 i protagonisti arrivano poi al loro punto di rottura, fisico e mentale.

Quattro tipologie umane estremamente diverse, caratterialmente e socialmente, confluiscono tutte insieme in una sorta di imbuto che le equalizza al rango di bestie, egoiste e fameliche.

Il disagio

E io?

Ricordate il discorso sull’impressionabilità al cinema di poc’anzi?

Ecco, se foste entrati nella mia camera dal minuto 15 in poi del film mi avreste trovato in posizione fetale con il cuscino tra le gambe. Non ci posso fare nulla, queste cose mi fanno stare male fisicamente. Ad ogni frase vomitata (spoiler!) dai protagonisti, ad ogni altarino emerso, ad ogni cattiveria detta, ad ogni sguardo d’odio il mio stomaco si rivoltava sempre di più. Una sensazione simile a guardare una formica che prende fuoco. Non puoi fare niente per salvarla. Potresti semplicemente voltare lo sguardo, ma qualcosa ti spinge a continuare ad osservarla.

Io infatti volevo spegnere, ma allo stesso tempo ero incollato allo schermo.

Credo sia la stessa attrazione che provano gli amanti del genere horror splatter.

Ma qua non ci sono coltelli, pistole o machete. Ci sono solo parole, sguardi, silenzi che ti affettano senza pietà.

La bruttura umana è senza dubbio una delle cose che mi spaventa di più, perché non mi sono mai trovato in una situazione che potesse tirarmela fuori.

Davvero potrei essere così malvagio ed egoista?

Davvero potrei odiare così un mio caro?

Roman Polanski ha fatto un lavoro egregio adattando alla presenza di una cinepresa un dramma scritto in modo pazzesco.

Chapeau.

Article written by:

Riccardo Cavagnaro

Vede la luce nell'anno 1991. Da quando ha visto "Jurassic Park" all'età di 3 anni sogna segretamente di toccare un dinosauro vivo. Appassionato lettore, viaggiatore, ascoltatore di musica e bevitore. Tutte queste attività arricchiscono sicuramente il suo bagaglio culturale, ma assottigliano pericolosamente il suo portafogli.

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