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La fabbrica di cioccolato: una bizzarra ricetta che crea un magnifico film d’arte

La fabbrica di cioccolato: una bizzarra ricetta che crea un magnifico film d’arte My rating: 4.5 out of 5

Come preparare della Cioccolata à la Burton: prendete della cioccolata ben miscelata e spumosa (possibilmente trattata con una cascata), aggiungete una buona dose di poesia, appena una nuvola di cattiveria. Ed ecco qua!

“Penso che per lui non ci fosse nulla di più terrificante di un altro essere umano”

Tim Burton, parlando di Roald Dahl

Sicuramente è complesso tornare su un lavoro già svolto da qualcun altro. Specie, poi, se quel lavoro è un capolavoro. Ma questo, chiaramente, non ha mai fermato Hollywood (e nemmeno noi italiani) dal tamponare l’attuale crisi delle idee e del mercato cinematografico con continui remake dal fiato corto.

-Signor Hitchcock, la sua idea di un fotografo guardone è un po’ antiquata. Che ne dice di una svecchiata? Magari con uno studentello belloccio agli arresti domiciliari?

Al di là dei progetti delle major, i remake possono assumere tranquillamente un valore artistico.

C’è chi compie una manovra di cambiamento radicale, sconvolgendo un classico con occhio moderno. Casi simili sono Scarface di Brian de Palma, il recente Suspiria di Luca Guadagnino, Sleuth – Gli insospettabili di Kenneth Branagh e il capolavoro leoniano Per un pugno di dollari.

C’è anche chi si atteggia ad artista e si tuffa in un remake “moderno” (nel senso più ruffiano del termine) di un classico che di modernità non aveva proprio bisogno. E allora eccovi spuntare tragedie come Non aprite quella porta, Disturbia e L’alba dei morti viventi. Pietre miliari di una Storia del Cinema diversa. Non quella scritta sulle pagine dei libri, ma sulle celle imbottite dei sanatori per pazzi suicidi.

Dopo il remake di “Aladdin” ho in mente grandi progetti! Che ne dice de… “Il Laureato – Parte 2”?

E poi… C’è lui:

“Un remake può riuscirti solo se esso è di un film brutto; in quel caso, infatti, potrai fare solo di meglio”

Tim Burton e Mark Salisbury, Burton racconta Burton, 1995

Un’affermazione preziosa per intuire perché certi remake, soprattutto quelli firmati dal nostro regista di Burbank, vengano peggio di altri.

Il nostro Tim Burton è uno dei registi più importanti degli ultimi trent’anni. Lo dimostra il suo enorme contributo portato all’immaginario collettivo mondiale nel corso della sua carriera. Un contributo che, almeno da parte di noi europei, si è visto visto bene di riconoscere e premiare.

Anche il nostro Burton si è cimentato in remake di vario tipo. Da classici, come l’imperfetto Planet of the Apes, a sue stesse opere, come lo splendido Frankenweenie, fino ai cult, come La fabbrica di cioccolato.

E sarà proprio di quest’ultimo che andremo a parlare. Del miglior remake di Tim Burton. Il remake che diventa film d’arte. Il remake… che non è più un remake.

“Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato” (1971)

Qualsiasi ragazzino nato negli anni ottanta e novanta ha avuto diverse occasioni per vedere almeno una volta in televisione Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, una delle trasposizioni più famose e amate dell’intera Opera di Dahl.

Questo film ha indubbiamente diverse carte da giocare in suo favore. Gene Wilder, in primo luogo, che regala al film una splendida e maligna interpretazione di Wonka. Diversi aspetti visivi (come gli Umpa-Lumpa o l’ascensore di cristallo), sequenze e numeri musicali sono entrati di prepotenza nella cultura pop.

Ma, a parte questo, c’è ben poco di interessante in questa versione, in quanto il resto (che si parli della scenografia, delle interpretazioni e della narrazione) rende il film incredibilmente datato persino per l’anno in cui uscì (specie se si considera che era già in corso la new Hollywood), facendolo sembrare un film televisivo anni ’60.

“Big Fish” (2004)

Da tempo la Warner ne aveva in cantiere un remake. Dopo il successo di Big Fish, in studio non si ebbe alcuna esitazione sul successivo nome da contattare per il progetto. Tuttavia, il risultato che Burton finì per porre nelle mani dello studio è qualcosa di ben lontano dalle aspettative.

Se, secondo l’agenda Warner, il film doveva essere semplicemente un remake del cult del 1971, il regista californiano è riuscito a superare la commissione. Perché, una volta cancellato qualsiasi possibile legame con il cult, questo film diventa la personale trasposizione di Tim Burton del classico di Roald Dahl (uno dei libri dell’infanzia più amati dal regista).

Con la direttiva personale di rendere al meglio la cattiveria del romanzo originale, Burton crea qualcosa di più vicino ad una versione fantasiosa e pop dell’inferno Dantesco, con delle sadiche e grottesche punizioni, vere e proprie pene del contrappasso, piuttosto che ad un mondo di pura immaginazione.

Crudele e modernissimo. Difficile da sostenere sia per dei bambini che per degli adulti, che non riuscirebbero ad entrare in diversi aspetti infantili e fanciulleschi del film.

Il casting è eccelso. Freddie Highmore riesce a dare un’interpretazione davvero credibile di Charlie Buckett, mentre gli altri giovani caratteristi danno maggiore profondità e peso ai vizi e all’impertinenza dei loro personaggi, rendendoli decisamente degni della nostra antipatia come del nostro ribrezzo.

Gli attori scelti per i nonni, con le loro quattro interpretazioni, offrono un piccolo e affettuoso affresco della vecchiaia (tema molto caro al nostro regista) e la loro presenza è più incisiva rispetto alla precedente versione, in cui erano poco più che comparse.

Una menzione speciale va infine fatta per l’interprete di Wilbur Wonka, padre del cioccolatiere: il compianto attore hammeriano Christopher Lee (sì, Saruman). Un personaggio creato ex-novo, e dal respiro piuttosto breve, eppure la sua presenza è magnetica al punto tale che in ogni sua scena tutta l’attenzione converte su di lui. Ultimo, ma non ultimo, va assolutamente menzionato Deep Roy (già reduce da Big Fish) che ha interpretato 165 diversi Umpa-Lumpa con gusto e autoironia.

Ma parliamo del nostro Johnny Depp. Il suo Willy Wonka è la nota dolceamara del film: entra perfettamente nell’idea di creare un personaggio sociopatico e imbarazzante, ma è la sua cattiveria che non lo rende forte a sufficienza per superare il confronto con la superba interpretazione di Gene Wilder.

L’aspetto visivo e narrativo del film deve moltissimo ai classici del cinema mondiale. Si cita e si prende scherzosamente in giro 2001: Odissea nello spazio (in un modo che anticipa clamorosamente il tanto acclamato omaggio spielberghiano a Shining in Ready Player One), il cinema italiano di Federico Fellini e di Mario Bava (sia il periodo B/N della Maschera del demonio, sia quello a colori di Sei donne per l’assassino e Diabolik). Addirittura il musical di Bollywood, molto caro a Deep Roy, viene omaggiato con il numero musicale di Augustus Gloop.

L’incontro tra Willy Wonka e gli Umpa-Lumpa è una praticamente un omaggio all’incontro tra Ulisse e Polifemo (curato da Mario Bava) nello sceneggiato sull’Odissea

Infine, per la scrittura della colonna sonora torna Danny Elfman, compositore di fiducia del regista, che decide di non dare al film un impianto da musical. L’album che ci si presenta rappresenta uno degli sforzi creativi più notevoli del sodalizio Elfman/Burton: con Augustus Gloop si omaggia il musical Bollywoodiano anni ’50, con Violet Boregard la disco-music (probabilmente ironizzando sulla forma di palla roteante assunta da Violet), con Veruca Salt il sound del rock psichedelico di fine anni ’60 (in particolare quello giocoso di Paul McCartney) e con Mike Tevee si fa una carrellata per le sonorità e (nel film) per le icone della storia del Rock, passando dal quartetto di Liverpool a Chuck Berry, fino alla chitarra in pezzi di Hendrix.

Infine con la canzone di benvenuto di Willy Wonka, Elfman compone una parodia esasperatamente zuccherosa e gioiosa di It’s a small world.

Ah, Elfman è interprete di tutte le canzoni. TUTTE.

Il risultato è frenetico, trascinante, vario, creativo!

E, davvero, non c’è modo migliore per definire questa fantastica opera d’arte burtoniana.

Article written by:

Marco Moroni

Nato nel maggio del 1995 a Terni, città dell'acciaio e di san Valentino. Dovete sapere che vicino alla mia città si erge, spettrale, un complesso di capannoni abbandonati. Quando eravamo bambini ci veniva detto che quelli erano luoghi meravigliosi, in cui venivano realizzati film come "La vita è bella" o "Pinocchio". Questo fatto ci emozionava e ci faceva sognare una Hollywood vicino casa nostra. Come il castello transilvano di Dracula, tutti cercano di ignorare quei ruderi ma, ciononostante, tutti sanno benissimo cosa siano e non passa giorno senza che si continui a sognare quel Cinema che nasceva a casa nostra. Chiedendomi cosa mi faccia amare tanto la settima arte, e perché mi emozioni così tanto al solo pensiero, potrei rispondermi in molti modi, ma sono sicuro che quel sogno di tanti anni fa abbia un ruolo più che essenziale. Che sia di genere o impegnato non importa, se un film lo merita ha il diritto di ricevere la giusta attenzione. Perfino un film brutto merita di essere rispettato, ponendo attenzione a quelli che sono i suoi elementi vincenti; anche in questi, infatti, possiamo trovare la bellezza creata da chi ha votato la propria esistenza a quest'arte meravigliosa.

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