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Colossal: la weirdness di Vigalondo applicata all'(auto)distruzione

Colossal: la weirdness di Vigalondo applicata all'(auto)distruzione My rating: 4 out of 5

Quando ho visto il trailer di Colossal, nel catalogo Netflix, e ho visto che apparteneva al regista spagnolo sapevo che avrei dovuto aspettarmi qualcosa di particolare o di sicuro straniante. Di Nacho Vigalondo avevo visto TimeCrimes, un film orrifico dalla pellicola verdognola, che disturba lo spettatore infilandolo in un tunnel catastrofico legato al viaggio nel tempo. Infatti Colossal si è rivelato altrettanto assurdo e quasi crudele nella sua semplicità, cogliendo a piene mani dai mecha, mettendo in gioco due creature gigantesche una contro l’altra: un robot e, ovviamente, un kaijū.

Peccato che quest’ultimo sia mentalmente collegato a Gloria (Anne Hathaway), una giornalista online che passa parecchio tempo in hangover e che viene cacciata dal suo fidanzato Tim (Dan Stevens) e costretta quindi a tornare nella sua cittadina natale.

Gloria è una teenager autodistruttiva, ma a frenare i suoi impulsi e a mettere in ordine la sua casa vuota dotata di un solo materasso gonfiabile, e apparentemente della sua mente, c’è un suo vecchio amico d’infanzia, Oscar (Jason Sudeikis).

Gloria ottiene un lavoro, continua a svegliarsi senza sapere di preciso cosa ha fatto, caracolla qua e là nella cittadina. E alla fine si accorge del collegamento con la sua gigantesca controparte che appare a Seul ogni mattina, alla stessa ora.

Tragicomico caos. Perché l’intera pellicole si situa su un confine sottile, tagliente e letale, tra un umorismo davvero ridanciano per abbracciare la paranoia e la paura (“What did I do? How many people did I kill?” ). Ma sopratutto la storia subisce un’ulteriore svolta quando viene infettata dalla parabola del rimorso, dell’abuso, assumendo anche i toni della revenge story.

colossal

Il caos di Vigalondo agisce su un lungo raggio, uno spettro ampissimo e umano, così umano in maniera irrimediabile, mentre dalla parte opposta del pianeta un kaijū prende a schiaffi un robot.

L’utilizzo dell’elemento soprannaturale infatti andrà a inserirsi in questo senso: tutto è colpa di scorrettezze e vicissitudini così umane da essere elementari, quasi sciocche, ma crudeli e vivide in maniera terribile. Anne Hathaway condensa al meglio lo spirito adolescenziale e sgangherato di Gloria ma soprattutto è Jason Sudeikis ad annientare ogni spirito con una cattiveria che diventa sempre più folle, surreale, assurda quanto un robot che prende forma a Seul ma in ugual modo potenzialmente distruttiva.

Colossal è un gioco di specchi ed equilibri e il suo finale amplifica il cuore pulsante della storia.

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Classe '91. Pur avendo studiato Beni Culturali ed editing credo di saperne di più sui viaggi nel tempo e sulle zone infestate. Leggo un sacco di libri e cerco sempre di avere ragione, bevo tanto caffè, e provo piacere nell'essere un’insopportabile so-tutto-io. Per intrattenervi posso recitare diversi sketch dei Monthy Python.

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