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Come eravamo: l’insostenibile conformismo degli anticonformisti

Come eravamo: l’insostenibile conformismo degli anticonformisti My rating: 2.5 out of 5

Anno 1973. Siamo nel pieno del fermento studentesco, appena un lustro prima a Berkeley i ragazzi manifestavano contro i baroni universitari, e Sidney Pollack si è sentito in dovere di girare un film al riguardo. Come eravamo ripercorre la storia americana dal periodo immediatamente successivo alla Grande Depressione fino ai grandi movimenti rivoluzionari ed egualitari degli Anni Sessanta e Settanta, passando per la caccia alle streghe che andò di pari passo con il boom economico. Un interessante affresco del paese, se non fosse che il regista ha deciso di renderlo una mera cornice per la solita, abusata e riciclata storia d’amore tra il classico belloccio superficiale e la bruttina di belle speranze.

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Robert Redford è Hubbell Gardiner, e bisogna dargli atto che in pochi film è stato più affascinante: biondissimo, mascella squadrata e occhi limpidi, Hubbell è un rampollo di buona famiglia, disimpegnato e poco interessato a politica e società, ma comunque più sveglio della media dei suoi amici ricchi e viziati. Il naso di Barbra Streisand è invece Katie Morosky, ragazza ebrea povera ma piena di borse di studio, passioni e cervello. I due si conoscono all’università, e scatta subito la dinamica del ti-detesto-ma-mi-piaci.

Naturalmente Hubbell e i suoi amici, pur con tutti i loro limiti, risultano simpatici, mentre Katie, che sulla carta è la donna che tutte noi dovremmo prendere come modello, è quanto di più insopportabile si possa vedere sullo schermo: aria da maestrina, insicura ma priva di quei modi goffi che rendono adorabili altri personaggi, è in grado di far sentire chiunque troppo poco altruista, ignorante e inadeguato.

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E fin qui potrebbe ancora andare tutto bene, se non fosse che Barbra – Katie ci viene presentata come un baluardo di femminismo e indipendenza; eppure, quando si trova ad avere a che fare con Robert – Hubbell si scioglie come la peggiore principessa Disney.

Siamo all’inizio del film: i due si conoscono, lei insulta tutti gli amici di lui e se ne va stizzita, poi i due si incontrano di nuovo la sera e Hubbell con un paio di citazioni e qualche fregnaccia sul genere non-cambiare-mai la rimescola tutta. Fregnacce che se le avesse dette uno con la faccia di Woody Allen gli avrebbe riso in faccia, ma siccome le ha pronunciate la dentatura candida di Robert Redford vengono prese come pillole di verità assoluta.

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La vita continua, Hubbell deve imbarcarsi, ma Katie fra un volantinaggio e una marcia per la pace non se lo scorda; questo finché i due si ritrovano per caso in un bar, lui si sbronza e non sa dove andare a dormire, lei se lo porta a casa e succede quel che succede. E nel momento clou, la Morosky scoppia a piangere e farfuglia qualcosa come “finalmente”. Finalmente. Roba che nemmeno le dame delle leggende medievali mentre aspettavano il cavaliere perché l’alternativa era il convento o il cugino ritardato. Ma il meglio deve ancora venire: il mattino dopo Hubbell è ignaro di quanto accaduto, si congeda gentilmente ma freddamente, e Katie si strugge; CVD.

Gli anni passano, le battaglie sociali cambiano, Gardiner e Morosky bisticciano finché si sposano. Soltanto che per i due è impossibile uscire una sera con gli amici, perché Katie litiga, immancabilmente, con tutti. I motivi del dissenso possono essere i più svariati: da una battuta sulla zoppia di Eisenhower, alla mancanza di empatia per le Black Panthers, l’atmosfera finisce sempre per guastarsi. Nel frattempo, la Streisand continua con attivismo di vario tipo, però vivendo nel centro di New York e con una casa negli Hamptons. Se Katie Morosky fosse esistita per davvero, Tom Wolfe avrebbe potuto scriverci un intero capitolo per il suo Radical Chic.

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Ma torniamo alla travagliatissima storia d’amore: a una certa Hubbell, esasperato, tradisce Katie con la più repubblicana, frivola e conservatrice delle sue conoscenti. La Morosky lo scopre, ma invece di prenderlo a schiaffi riconosce i suoi limiti e rinnova il suo amore per lui, salvo poi farsi da parte per lasciare a entrambi la giusta libertà.

Qualcuno la chiamerà classe; in realtà, l’effetto è quello di una ragazzina timida che non ha mai smesso di sentirsi inferiore agli altri. Una conferma? Come eravamo si chiude con un incontro postumo fra i due: Hubbell è diventato un magnate delle televisioni e si accompagna a una bionda dall’aria molto poco impegnata, mentre Katie sta ancora volantineggiando. Sguardi languidi, sospiri e le note di The Way We Were, che ha valso un Oscar al film, ad accompagnare la dissolvenza.

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Come eravamo non è affatto un brutto film, anzi; peccato però per questo personaggio, che voleva essere anticonformista e invece finisce per essere l’ennesimo, fastidiosissimo stereotipo della ragazza bruttina che quindi deve fare l’intellettuale militante contro le belle e superficiali. Perché negli anni Settanta si giocava a fare i rivoluzionari, ma certi cliché non li sradicavano nemmeno il naso e i ricci di Barbra Streisand.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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