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Dagon – Come adattare bene Lovecraft

Dagon – Come adattare bene Lovecraft My rating: 4 out of 5

Come ogni amante della vecchia ora dell’opera di H. P. Lovecraft che si rispetti, anche io ho sempre sognato di rivedere su schermo il suo folgorante immaginario. Tuttavia chi ha dimestichezza con le pagine del demiurgo di Providence ben sa quanto sia difficile portarlo sullo schermo. I racconti di Lovecraft dimostrano la genialità dell’autore nell’affascinare e inquietare il lettore con discese nell’orrore psicologico più viscerale; le loro atmosfere malsane, unite a suggestioni mitologiche deliranti, risultano fin troppo palpabili sulla carta. Ma la peculiarità che rende ancora più difficile trasporre Lovecraft è l’astrazione: lo scrittore non descrive mai fino in fondo l’orrore, lo lascia all’intuito per accentuarne la mostruosità, e piegare questo aspetto alle logiche visive della Settima Arte ne toglierebbe la forza.

Ora, escludendo film come Alien o La cosa di John Carpenter che hanno in comune con Lovecraft diversi aspetti ma non si ispirano agli scritti dell’autore, il materiale originale si è sempre prestato ad adattamenti atroci. Le più felici eccezioni sono costituite dai contributi dei registi-produttori Brian Yuzna e Stuart Gordon, che tra gli anni Ottanta e i primi del Duemila sono riusciti in un’impresa disumana: convincere pubblico e critica che Lovecraft sia invece filmabilissimo. Partendo dal bellissimo Re-Animator (1984) e passando per Necronomicon (1993), i due cineasti sono arrivati a Dagon (2001), che sotto molti punti di vista è considerabile il film definitivo su Lovecraft.

Prodotto da Yuzna e diretto da Gordon, Dagon è liberamente ispirato all’omonimo racconto, ma ben presto ne prende le distanze attingendo anche ad altri capolavori di Lovecraft come La maschera di InnsmouthIl colore venuto dallo spazio. La trama è molto semplice: quattro amici sono al largo delle coste della Spagna meridionale, ma una tempesta li forza a naufragare e a trovare scampo in un vicino isolotto sormontato da un villaggio. Dietro l’apparente tranquillità di una comunità di pescatori si cela il sanguinario culto di Dagon, una crudele divinità marina che ha condannato gli abitanti a un’esistenza da uomini-pesce in cambio di ricchezza e longevità.

Come facilmente intuibile, del Dagon letterario è rimasto lo spunto iniziale, perché la trama prende poi tutt’altra piega. Eppure ogni cosa nel film è Lovecraft allo stato puro, ed è sorprendente la maestria con cui Stuart Gordon rende affascinanti ambientazioni e atmosfere, malgrado il budget davvero ristretto: l’ammuffito paesino dei pescatori dalle strade che puzzano di salsedine rancida, i suoi arrancanti paesani dediti a culti di cui si è persa la memoria nel tempo… tutto sembra davvero prendere vita direttamente dalle parole dello scrittore.

La vicenda è narrata con un ritmo elevato che non lascia spazio alla noia, e il ridicolo involontario viene evitato grazie alle iniezioni di ironia disseminate qui è là con estrema scaltrezza. Il marciume nauseabondo delle scenografia e la cattiveria di un paio di scene splatter davvero disturbanti drogate di grottesco danno quasi la sensazione di star vedendo un rifacimento di Non aprite quella porta diretto dal Sam Raimi de La casa, e ciò non può non fare la gioia di chi ama l’horror vecchia scuola in ogni sua forma.

L’oscura fotografia, cupissima persino quando subentrano tinte dorate, e gli effetti speciali prostetici sono una gioia per gli occhi, e compensano abbondantemente una recitazione non sempre ottimale e una CGI (fortunatamente non invadente) abbastanza sciatta. E poi c’è il finale, oscuro e per nulla consolatorio come nella miglior tradizione lovecraftiana, a imprimere la firma definitiva su un sottovalutato horror di inizio millennio tutto da riscoprire.

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Classe 1996. Studente di lettere moderne a tempo perso con il gusto per tutto ciò che è macabro. Tenta di trasformare la sua passione per la scrittura e per il cinema in professione.

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