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Dead Silence, o lo strano feticismo di James Wan per le bambole

Dead Silence, o lo strano feticismo di James Wan per le bambole My rating: 3 out of 5

James Wan è un nome che ultimamente si sente parecchio in giro. Di sicuro i fan dell’horror lo conoscono già, dal momento che è il regista di alcune tra le migliori pellicole di questo genere uscite negli ultimi anni, dall’iconico Saw – L’enigmista all’ottimo L’evocazione – The Conjuring, passando per Insidious. Più recentemente è anche approdato ai blockbuster, dirigendo il tamarrissimo Fast & Furious 7 e il prossimo Aquaman. Tutti grandi successi di critica e pubblico, che l’hanno reso un personaggio di spicco nell’ambito cinematografico. Eppure non è sempre stato rose e fiori. C’è stato un tempo infatti, subito dopo Saw, in cui il buon Wan ha faticato a farsi notare. Ed è in questo periodo che è uscito il film che recensirò qui.

Mary Shaw (Dead Silence)

Dead Silence si contende con il successivo Death Sentence (che ho intenzione di recuperare prossimamente) il titolo di “film di James Wan più ignorato”. Costato 20 milioni di dollari, ne ha incassati poco più ed è stato pure abbastanza massacrato dalla critica. Ma si merita tutto questo astio? Scopriamolo.

Il giovane Jamie Ashen riceve in dono una misteriosa marionetta di nome Billy. Tempo di andare a comprare del cibo take-away e di tornare a casa, sua moglie Lisa viene uccisa e la sua lingua asportata. Per la polizia ovviamente Jamie è il primo sospettato, ma lui è convinto che l’omicidio sia legato in qualche modo alla bambola, che è stata costruita da Mary Shaw, una ventriloqua che viveva nella sua città natale, Raven’s Fair, e che era stata barbaramente uccisa molti anni prima. Perciò Jamie decide di recarsi là in cerca di risposte. Ad attenderlo il padre paralizzato da un ictus e risposatosi con la propria infermiera e un paese sconvolto da un impressionante numero di morti misteriose, che portano tutte a Mary Shaw…

Lipton

Già da questi accenni di trama dovrebbe essere chiaro come mai la pellicola non ha particolarmente colpito la critica. La storia (scritta da Wan con il fidato Leigh Whannel) è piuttosto classica e poco originale. I cliché narrativi si sprecano: il ritorno del figliol prodigo, il padre autoritario, i fantasmi vendicativi, i pupazzi assassini e pure gli anziani con problemi mentali e portatori di informazioni vitali. In generale sono evidenti i richiami a grandi classici come Nightmare, Il mistero di Sleepy Hollow, la saga di Chucky e anche molti horror italiani, a cominciare dalla figura dell’uomo comune che, coinvolto in un delitto, si improvvisa detective (tipica di parecchi film di Dario Argento).

Le cose non migliorano sul versante dei personaggi. Jamie è un protagonista scialbo e poco interessante, complice la totale inespressività dell’attore che lo interpreta, il semisconosciuto (e un motivo ci sarà) Ryan Kwanten. Per nulla approfondito è poi il personaggio del detective Lipton, interpretato da Donnie Wahlberg, il cui unico scopo sembra essere quello di rompere le balle al protagonista, oltre a rappresentare un nome in più nel gioco del “toto-morte”.

Ryan Kwanten

“Psst, ti svelo un segreto: sei un cane a recitare”

Eppure, nonostante questi problemi, Dead Silence funziona alla grande. Il motivo è principalmente uno: James Wan. Il regista malese-australiano dimostra di conoscere alla perfezione i meccanismi della paura e infatti il film gode di una messa in scena capace di trasmettere efficacemente ansia e inquietudine. Vi basti sapere che dopo averlo visto non sono riuscito a dormire la notte, e io non mi impressiono facilmente.

Supportato dalla fotografia cupa e opprimente di John R. Leonetti, Wan costruisce con cura le sequenze più terrificanti, mantenendo alta la tensione fino a quando l’orrore vero non esplode, grazie anche a dei jumpscare riuscitissimi e mai gratuiti. In generale il regista punta soprattutto sull’atmosfera e il costante senso di “chi-va-là?”, pur non rinunciando a una certa dose di gore.

Dead_silence

Come dicevo, “gore”

Protagonista assoluto di molte di queste scene horror è il pupazzo da ventriloquo Billy, solo una delle tante bambole possedute del cinema di James Wan, tra l’omonimo burattino controllato da Jigsaw in Saw e la demoniaca Annabelle di The Conjuring (e relativi spin-off). Al regista basta poco per renderlo terrificante: quando “lui” ruota prima gli occhi e poi la testa per scrutare la sua prossima vittima, è inevitabile sentire un brivido freddo scorrere lungo la schiena.

Billy

“Hey, ti va un po’ di morte, solo io e te?”

Nulla però in confronto al vero villain, Mary Shaw, la pazza ventriloqua assassinata e tornata dal regno dei morti per vendicarsi. Una figura sinistra e spietata, capace di uccidere attraverso le sue marionette e talmente ossessionata da queste da fare in modo di diventare ella stessa un burattino. Vista l’accennata passione del regista per le bambole indemoniate, verrebbe quasi da pensare che Mary Shaw non sia altro che un alter ego di James Wan. Vuoi vedere che Dead Silence va letto in chiave metacinematografica?

Mary Shaw, James Wan

Rara immagine di Mary Shaw posseduta da James Wan

Comunque, ad interpretare il mostro è la sublime Judith Roberts che, complice anche l’efficace make-up, dà vita a un personaggio spaventoso e destinato a divenire iconico, così come la filastrocca a lei dedicata: Attenti a Mary Shaw dagli occhi pazzi! Non aveva figli, ma solo pupazzi! E se per caso nei vostri sogni appare, non dovete mai, mai gridare!. Perché in effetti, se una regola non scritta dell’horror stabilisce che chi urla muore, nel film la questione assume un valore esplicito dal momento che Mary Shaw uccide solo chi non riesce a trattenere le grida di terrore. Per non parlare di come, da brava ventriloqua, lei riesca a imitare perfettamente le voci delle sue vittime, con un risultato davvero da brividi.

Incubi d’oro a tutti!

E a proposito di voci, uno degli aspetti più interessanti del film è proprio l’uso del suono. Quando infatti Billy o Mary Shaw sono in procinto di uccidere qualcuno, quasi tutti i rumori ambientali si annullano, come a voler isolare la vittima in una “cappa sonora”, il dead silence del titolo. Una scelta che contrasta con le dinamiche classiche degli horror (dove di solito si cerca di “stordire” il più possibile lo spettatore a livello di audio), ma che crea un effetto straniante e angosciante. Una prova del fatto che James Wan non solo conosce perfettamente le meccaniche del genere, ma è anche in grado di sovvertirle.

La ciliegina sulla torta di quest’opera è senza dubbio la colonna sonora di Charlie Clouser, in particolare il tema principale, dal sapore vagamente carpenteriano e con tanto di musichetta da carillon come base: giusto poco inquietante. Il pezzo è forse più celebre del film stesso, tant’è che sono sicuro l’abbiate già sentito da qualche altra parte. Provare per credere.

E su queste note concludo la mia retrospettiva. Ai lettori ricordo solo di non urlare se vedete Mary Shaw. Da parte mia, prego che questo particolare interesse di James Wan nei confronti di pupazzi assassini non lo porti a diventare come la ventriloqua dagli occhi pazzi

Article written by:

Fabio Ferrari

Classe 1993, laureato al DAMS di Torino, sono un appassionato di cinema (soprattutto di genere) da quando sono rimasto stregato dai dinosauri di "Jurassic Park" e dalle spade laser di "Star Wars". Quando valuto un film di solito cerco di vedere il bicchiere mezzo pieno, ma talvolta so essere veramente spietato. Oltre che qui, mi potete trovare su Facebook, sulla pagina "Cinefabio93".

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