dov'è il mio corpo?
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Dov’è il mio corpo?: sinfonia della perdita e della ricerca

Dov’è il mio corpo?: sinfonia della perdita e della ricerca My rating: 4 out of 5

Prima di addentrarci nei boschi oscuri della discussione su Dov’è il mio corpo?, film Netflix uscito lo scorso novembre, vorrei aprire una breve parentesi proprio sulla mamma di questa pellicola.

È praticamente ormai di moda criticare Netflix con la formula “tanta quantità, poca qualità“, per carità, vera fino a prova contraria e anche noi lo abbiamo detto più volte. Ma non ci sarebbe forse anche da considerare gli effetti positivi che Netflix ha avuto/sta avendo sul cinema in senso lato?

Le cose che voglio dire sono tante, ma principalmente due. In primo luogo la piattaforma di streaming nell’ultimo anno ha ampliato il catalogo manco fosse Tolstoj che scrive Guerra e pace. Questa volta però non posso far a meno di notare che la quantità è andata abbastanza di pari passo con la qualità (anche in Italia). Voglio dire, ormai su Netflix trovate un bel pezzo della filmografia di Kubrick, la final cut di Blade Runner felicemente accompagnata dal suo successore Blade Runner 2049, molti film di TarantinoScarfaceIl padrino e potrei andare avanti.

E sì, lo so che la maggior parte delle volte la polemica sulla qualità è incentrata sui prodotti nati proprio dalle mani di Netflix, ma anche qui ci sono vari titoli che ci smentiscono: Bojack HorsemanLove. Death & Robots, Narcos, I due papi, The irishman, La ballata di Buster Scruggs, Storia di un matrimonio e anche qui potrei continuare all’infinito. Certo, poi c’è anche tanta merda, forse in quantità maggiore rispetto ai prodotti di qualità, ma il punto a cui volevo arrivare non era questo.


C’è da rendersi conto, in secondo luogo, della misura in cui Netflix sta influenzando il nostro modo di vivere il cinema. Perché ok che esistono anche altre piattaforme streaming quali Amazon Prime Video e Infinity giusto per citarne due a caso, ma è Netflix che ha innescato la rivoluzione. Una rivoluzione che ha causato il trasferimento di molti spettatori dalla poltrona (della sala) al divano (di casa), la stessa rivoluzione che ha praticamente determinato l’abbandono del cinema da parte di Cronenberg o ancora che ha portato grandi registi come Martin Scorsese a fare un film “per la televisione”. Infine è quella rivoluzione che probabilmente Netflix non si godrà visto l’avvento di Disney+, ma questa è solo futurologia.

Il punto è semplice e banale: Netflix ha cambiato il nostro modo di fruire il cinema con pratiche quali il binge-watching o lo streaming legale. Madonna ragazzi, quanto suona strano “streaming legale”? Rivoglio eMule.

Tutto questo pippone per dirvi che in tutto ciò, impercettibilmente, il colosso dello streaming digitale ci sta abituando anche alla qualità. In tal caso saremmo noi ad avere un problema: stiamo forse desacralizzando il cinema?

Forse la mia parentesi non era poi così breve.

netflix

Dov’è il mio corpo? è perfetto per rappresentare quanto stavo dicendo sopra. Film Netflix, per l’appunto, di qualità eccelsa. La pellicola ha vinto il “Gran Premio della Settima Internazionale della Critica” al festival di Cannes, che sostanzialmente è il premio che va ai nuovi talenti. Giusto, perché Dov’è il mio corpo? costituisce anche l’esordio del suo regista, Jeremy Clapin, altra pratica che ho notato essere in diffusione progressiva da parte della piattaforma (quella di far esordire registi intendo).

Eppure, almeno alle mie orecchie, sembrerebbe che nessuno ne stia parlando. E questo, miei cari, è ovviamente colpa di Netflix, che ci sommerge letteralmente con prodotti nuovi ogni giorno e fa diventare anche i film di qualità soltanto un foglio in una risma. Ma è chiaramente anche colpa nostra, in quanto siamo molto vicini all’essere “sedati” dalla visione: su Netflix meglio qualcosa di veloce e masticabile. Che, di nuovo, è sicuramente un meccanismo innescato dalla piattaforma stessa, ma da che mondo è mondo Netflix soddisfa le esigenze dei suoi spettatori (vedi il caso Evangelion). Stiamo entrando in un discorso che ci porterebbe inevitabilmente a parlare della struttura del capitale e dell’indottrinamento delle masse, quindi taglio qui prima che sia troppo tardi.

Parliamo del film, che è meglio.

dov'è il mio corpo?

SPOILER A SEGUIRE, ANCHE SE NON PARTICOLARMENTE SIGNIFICATIVI

Dov’è il mio corpo? è un film d’animazione disegnato splendidamente e animato altrettanto bene. Allo stesso tempo è una pellicola profonda, spirituale e di grande spunto riflessivo che sonda l’intimo di un individuo per universalizzare un discorso sugli individui.

Messa così effettivamente suona di già visto. Ma la peculiarità risiede nel fatto che non assistiamo in presa diretta al racconto di una vita: la vediamo invece rielaborata e ripercorsa da una lente particolare, ovvero la mano destra del protagonista, che è forse essa stessa la vera protagonista. Sostanzialmente fin dai primi minuti capiamo che un personaggio ha perso una mano in quanto vediamo quest’ultima spostarsi autonomamente e gironzolare in quel di Parigi; ma allo stesso tempo, di tanto in tanto, ripercorriamo la vita passata del protagonista senza mano. L’espressione “vita passata” non ha nessuna implicazione metafisica. È quindi come se ogni volta che la mano si imbatte in qualcosa di significativo, inneschi un ricordo.

La mano nel corso della narrazione si trova ad affrontare varie difficoltà, che talvolta ne mettono addirittura in dubbio la “sopravvivenza”. È strano dire che una mano deve sopravvivere. La stessa cosa succede al protagonista, il quale nel corso della sua vita si è trovato davanti innumerevoli situazioni spiacevoli e vive in un costante senso di disillusione e di disfatta.

dov'è il mio corpo?

La rarità di Dov’è il mio corpo? sta nel modo in cui le vicende di mano e corpo si intrecciano. Le due storie inizialmente sembrano muoversi parallele, ma con lo scorrere dei minuti si intrecciano sempre di più, fino ad intersecarsi completamente nello splendido finale.

C’è da sottolineare il fatto che nell’originale il titolo era J’ai perdu mon corps, che tradotto sarebbe “ho perso il mio corpo”. Ora, questo titolo aggiunge una sfumatura diversa al senso della pellicola rispetto al banalizzante Dov’è il mio corpo?. In primo luogo perché dà maggiore rilevanza al corpo, vero oggetto della perdita da parte della mano. In secondo luogo sottolinea la perdita stessa, elemento centrale nella storia del protagonista e nella poetica del film. Infine rende sfumato e ambiguo quel “j’ai”, ovvero “io ho”: ma io chi? La mano o il ragazzo? O il titolo rimanda a qualcos’altro ancora?

Il punto di Dov’è il mio corpo? sta tutto qui, racchiuso in tre elementi: la perdita, la ricerca e l’assolutizzazione.

corpo

Perdita perché tutta la vita del protagonista vi è inscritta: perde i genitori, perde i suoi sogni e le sue aspirazioni, perde la voglia di vivere, perde una mano. Ma perdita anche come l’elemento che mette in moto la ricerca: è solo attraverso la perdita di qualcosa che il protagonista si muove verso un’ulteriore ricerca, la quale diventa frustrata, perché si tramuta nuovamente in perdita, ancora più dolorosa, in un gioco di alternanze che danno forma a quella che è veramente la vita.

E infine l’assolutizzazione, in due sensi. Il protagonista trova il “compimento” di sé stesso solo quando, dopo l’ennesima perdita, trova la forza di guardare al di là della realtà concreta e “vede” la realizzazione di sé in qualcosa di più alto, in valori che solo un vissuto come il suo permette di comprendere. Assolutizzazione, infine, perché lo slancio che caratterizza il protagonista nel finale viene immaginato come lo slancio di tutti noi verso un qualcosa di più grande e più importante.

E quindi il salto finale del protagonista rappresenta la sfida di noi tutti contro la vita, una sfida nella quale non sappiamo mai se arriveremo dall’altra parte. Che sì, sembra una frase fatta e pseudo-moraleggiante, ma è per questo che le poetiche non si possono tradurre in parole.

dov'è il mio corpo?

Giusto per aggiungere portate succose al pasto. Dov’è il mio corpo? è girato ottimamente, con una fermezza di scelte atipica per un esordiente. Il regista è poi capace di destreggiarsi in successione tra bianco e nero e colori, un’alternanza dettata da un criterio semplice (passato/presente), ma profondamente significativa per il testo filmico, senza la quale gli eventi non avrebbero avuto lo stesso senso.

Senza contare un montaggio davvero favoloso, mirato letteralmente a ricomporre una vita attraverso le immagini e a creare un senso di legame inscindibile tra gli eventi e le cose che vengono mostrate nel film.

Insomma, morale della favola. È di questo tipo di prodotti che parlo quando dico che Netflix ci sta impercettibilmente regalando qualità. Dov’è il mio corpo? ha tutte le caratteristiche per essere masticato efficacemente: film d’animazione, di durata contenuta, che ha vinto vari premi, con un regista esordiente. Ed è su questi prodotti che Netflix dovrebbe spingere costantemente. Chissà che un giorno il grande colosso dello streaming non sarà capace di dimostrarci che ha cominciato a fare cinema anche lui.

Ma finché la qualità viene sommersa dalla quantità e da criteri esclusivamente commerciali, allora vivremo nell’era del Disneyismo.

nazi mickey

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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