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Elle di Paul Verhoeven: un thriller surreale da vedere necessariamente

Elle di Paul Verhoeven: un thriller surreale da vedere necessariamente My rating: 3.5 out of 5

Probabilmente molti di voi penseranno che in Olanda ci siano soltanto mulini a vento, quadri di Van Gogh, personaggi fatti come pinoli di latta che girovagano per le strade di Amsterdam e la casa natale del buon Edwin Van Der Sar. E invece no. In Olanda è nato anche Paul Verhoeven. E giuro che Paul Verhoeven non è né un accanito fumatore di cannabis, né un esperto di impiantistica dei mulini a vento, né un collezionatore seriale di opere d’arte. Ebbene, Paul Verhoeven è un regista. Sì, è proprio un regista, e proviene davvero dall’Olanda.

Credo, comunque, che non ci sia bisogno di ulteriori presentazioni. Si può tranquillamente dire che la figura di questo signore si sia incastonata da oramai molti anni all’interno del grande panorama cinematografico internazionale.

E come mai lo conosciamo? Come mai, cari lettori? Ben lo sapete. Lo so. Ma certo, Paul Verhoeven è il regista di Basic Instinct, il celebre cult del 1992. Quella pellicola arcinota al grande pubblico sia per la sua maestosità (capolavoro, sia chiaro), sia per le ormai famosissime scene di nudo che vedono protagoniste Sharon Stone e la sua passera.

Dopo dieci anni di assenza (se escludiamo il mediometraggio sperimentale del 2012 Tricked, mai distribuito sul mercato italiano), Verhoeven torna sul grande palcoscenico del cinema mondiale, e lo fa col botto.

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Per me la cosa più importante da sottolineare è anzitutto una: Elle è un ottimo thriller, una di quelle storie che ti tiene inchiodato alla sedia per due ore e che non vedi l’ora di sorbire interamente. Una di quelle storie che ti vuoi divorare con gli occhi, che speri con tutto il cuore ti faccia uscire dalla sala quasi incredulo. Vi capita spesso, guardando un thriller, di dire: “cazzo, ti prego vai avanti, ti prego stupiscimi”? Ebbene, Elle, per 130 minuti esatti, invoca con estrema precisione queste sensazioni.

Michelle è una donna d’affari coi controcazzi. Lavora per un’azienda che produce videogiochi ed è ovviamente divorziata. Il figlio è un demente e ha una moglie stronza e devasta-balle. Michelle, inoltre, si scopa in scioltezza il compagno della sua collega e migliore amica e gode nel tormentare con simpatiche marachelle la nuova fiamma dell’ex marito.

Nel suo passato, una storia orribile. Il padre balzò agli onori delle cronache quando Michelle era ancora bambina: uccise una trentina di persone e poi si tolse la vita. La madre, invece, è un’anziana squilibrata piena di botox che trascorre la senilità con un giovincello pagato per figurarle accanto.

Chi è dunque Michelle? Risposta: boh. Non si sa. Non lo sappiamo. Magari non lo sa manco Verhoeven. Il regista originario di Amsterdam è un maledetto genio del male, perché, proprio come accaduto in Basic Istinct, alla fine della splendida favola da lui narrata non troveremo la risposta a nessuna delle nostre domande. E se penseremo di averla trovata, non potremmo mai sapere se si tratta, effettivamente, di quella corretta.

Sempre con la consueta “estremizzazione” che lo contraddistingue, Verhoeven è promotore di un cinema che non lascia nulla all’immaginazione dello spettatore.

Schermo nero e si parte: Michelle apre la porta finestra di casa sua e un uomo vestito di nero le si scaraventa addosso. Lo stupro è violento, palpabile, temibile. La macchina da presa scivola su un gatto che assiste mansuetamente alla scena. L’uomo fugge, Michelle si rialza parcamente. Lo spettatore è sconvolto, impaurito, attonito.

Qui la chiave di tutto. Qui il nodo centrale. Lo spettatore si incolla allo schermo perché, essenzialmente, non crede ai suoi occhi. Ogni mossa, ogni atteggiamento che Michelle detiene a seguito di quell’orribile avvenimento, è vissuto da lei in maniera così assurdamente pacata che lo spettatore, per necessaria inversione di tendenza, tende a caricare su sé stesso tutte le ansie che dovrebbero necessariamente caratterizzare la protagonista.

Michelle non si scompone. Mai. Michelle non sembra avere a cuore di testimoniare a qualcuno quello che le è successo. Michelle non sembra avere a cuore di scoprire chi si celasse dietro a quella maschera. Michelle non sembra essere intenzionata a sviare il figlio da un matrimonio che pare palesemente destinato a fallire. Michelle non sembra essere intenzionata a smettere di andare a letto col compagno della sua migliore amica.

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Verhoeven è maestro di regia, e si vede. In Elle la macchina da presa si muove con raffinata sinuosità fra le strade di Parigi e gli interni della casa di Michelle (una splendida Isabelle Huppert, interprete eccellente di un personaggio difficile da caratterizzare), creando continuamente atmosfere da brivido e catartiche. Una suspense quasi hitchcockiana regna sovrana su tutta la durata del lungometraggio.

Il sesso, il corpo, il desiderio, temi centrali in buona parte della filmografia del cineasta olandese, sono anche qui a loro volta utilizzati e mostrati in tutta la loro voracità per descrivere la realtà che contraddistingue l’essere umano, nella fattispecie, una donna benestante che non riesce a fuggire da un passato che l’ha inevitabilmente segnata.

Sbagliato gridare all’oscenità. Identificare Verhoeven come un guardone disturbato che mostra senza una logica ben precisa corpi nudi che ricevono spietata violenza, sarebbe come pensare che Salvini scriva sulla sua pagina Facebook perché alla sera non sa cosa fare e si diletti nell’asserire fanfaronate: no, Salvini crede in quello che dice, purtroppo, e Verhoeven crede in quello che mostra, e lo fa perché ha un obiettivo e una logica: raccontarci una storia, dipingendo con accuratezza formale le caratteristiche psicologiche dei personaggi che la abitano.

Elle è un lavoro importante ed elegante. Perverso, sì, ma perverso perché perversa è la realtà nella quale Michelle è costretta a vivere ogni giorno. Una realtà fatta di menzogne e arrivismo lavorativo, alla quale si può sfuggire, forse, solo facendosi scivolare addosso con estrema temperanza e algida apaticità ogni duro colpo che la vita infligge.

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Per chi ha visto Basic Istinct (@tuttoilmondo), il personaggio interpretato dalla Huppert potrebbe d’impatto ricordare la magnifica imperturbabilità che contraddistingueva Sharon Stone nella pellicola del 1992. Certo, ci sono dei tratti comuni: la lucidità nell’analizzare le situazioni, la spietata freddezza nel rapportarsi col nemico, l’enorme sensualità (ok, la Stone è una bomba a orologeria, ma anche la grandissima attrice francese, seppur non più di giovanissima età, non scherza affatto), ma la verità è che i due personaggi, seppur condividano, di fondo, un carattere essenzialmente solido, sono in realtà diametralmente opposti.

Se Sharon Stone, infatti, non rappresentava nient’altro che la classica “femme fatale” in grado di sconvolgere con estrema efficacia il cervello di qualsiasi essere provvisto di pene, Michelle è invece un personaggio decisamente più intriso di sfaccettature, più reale, più analizzabile in ogni sua componente e denso di chiavi di lettura.

Con Elle Verhoeven fugge dal cinema di Hollywood (ma mantendendo comunque quella grandiosa abilità nel tenere alta l’attenzione dello spettatore), e torna ad un cinema più personale e ricercato, testimone di una poetica personalissima che sarebbe da sviscerare nel midollo. Due ore intense e agghiaccianti. Sono uscito dal cinema attonito. Poi ero anche da solo. Sì, sono un grande, vado al cinema da solo. Sono un grande, un grandissimo.

P.S.: se a qualcuno gliene frega qualcosa: Elle ha vinto il Golden Globe del 2017 per il miglior film straniero.

Visione consigliata con:

  • Gino Paoli, Lucio Dalla, Charles Aznavour, Evaristo Beccalossi.

Visione sconsigliata con:

  • Gene Gnocchi, Piero Fassino, Costantino Vitagliano, Bergoglio.

Article written by:

Lorenzo Montanari

"Il ragno rifugge dal bugigattolo, ma è ben attento alla preda. Sarà l'ora di fare un bagno, Edison?" Sestri Levante, Genova, Italia.

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