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Eragon, o come imparai ad odiare il fantasy al cinema

Eragon, o come imparai ad odiare il fantasy al cinema My rating: 0.5 out of 5

La mirabolante pattumiera volante di Stefen Fangmeier stupra e sevizia il romanzo del buon Christopher Paolini.

…niente da fare: con Eragon non so davvero da dove cominciare

Forse vi chiederete perché ho dovuto andare a ritirare fuori questo fango purulento e pattumifero se poi non so che dire, e vi rispondo: Eragon per me è come quella volta che ficchi tre metri di lingua in bocca alla più cessa del liceo davanti a tutti. L’hai fatto, sei stato visto, ormai la presa per il culo è incontrovertibile mio caro, e così è Eragon: sì, perché con io in questo film ci avevo creduto, avevo sperato che potesse essere qualcosa di grandioso come in effetti prometteva, e invece…

Beninteso, avevo quindici anni, ero nel pieno del mio periodo fantasy, quindi giù di Tolkien, Harry Potter, Terry Brooks, LeGuin e Christopher Paolini, il quindicenne prodigio che si era inventato sto Eragon, saga da me inizialmente adorata e poi andata a trovare rifugio là dove le bagasce riposano; io ci avevo sperato: eravamo nel 2006, Il Signore degli Anelli era ancora una traccia fiammeggiante nei cuori di tutti i nerdoni, Harry Potter andava forte, perché avrei dovuto essere negativo? Ditemelo?

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Ero andato al cinema armato di tutto il candore e le buone speranze di un quindicenne che voleva solo degli onesti dragoni, genuini incantesimi e sincere lamate, ma il regista di Eragon (Stefen Fangmeier, da qui in avanti ribattezzato “Stefano Fango”) evidentemente non era dello stesso avviso, visto l’arancino alla merda sciacquerella da lui rifilatomi al posto di un film.

Ma andiamo con ordine.

Innanzitutto: non voglio iniziare una lunga disamina sulle differenze che distinguono il libro dal film (mai sentita la Sindrome da Carenza di Tom Bombadil?) che spuntano fuori come le talpe di Acchiappa La Talpa (“dai gioca insieme a noi!”). Dico solo che quando uno legge Eragon e poi si trova Ed Speelers (il musone qui sopra che non è stato affatto scelto per far bagnare le ragazzine, macché…) due domandine se le fa, tipo: ma chi cazzo è sto qui che pare l’incrocio tra il cantante dei Blue e Miles Teller?

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Oh, ma certo, perché in un mondo dove esistono i draghi nessuno penserebbe che in realtà questo è un uovo di drago. Come no! Li sento già confabulare: “Alfred, guarda qua, ti presento un banalissimo e comunissimo sasso”.

La trama è quella del libro (ovviamente), ma appiattita da una pialla da falegname, spiaccicata ben bene sotto un rullo da asfalto stradale e infine pressata da uno Snorlax addormentato fattole rotolare sopra per due giorni circa. Risultato?

Rullo di tamburi: maunammerda signori! La roba più vista e stravista del secolo.

Ah, ma la volete davvero la trama? Contenti voi: Eragon va a caccia, trova una pietra blu che si rivelerà essere un uovo di drago (ma no!? Davvero?! Ma non lo sembrava!) teletrasportato da un’elfa buona che l’ha rubato dal castello del re malvagio (ovvero John ‘Santiddio’ Malkovich), che anni addietro aveva tradito e ucciso i Cavalieri del Drago, i guardiani della pace (questa mai sentita proprio); a questo punto Eragon viene addestrato da Brom (alias Jeremy ‘Cazzocifaccio’ Irons!) per poi vendicare i Cavalieri in sella al suo neonato drago femmina (il girl power al tempo dei draghi).

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Notato qualcosa di strano? Tipo i nomi di due dei più grandi attori di tutti i tempi, come Jeremy Irons e John Malkovich?

Che sfacelo, ragazzi, vedere questi due mostri sacri nei panni di personaggini sopra le righe, che stanno insieme con lo sputo e che ripetono battute che stridono come le unghie sulla lavagna, quelle frasi prevedibilissime, che ti vien voglia di puntargli una Magnum in faccia e ripetere Ezechiele 25, 17.

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Ma questo non è tutto – ma che dico, non è niente!

Prendiamo la dragonessa di Eragon, Saphira, nel libro ci vuole un bel po’ prima che raggiunga dimensioni considerevoli. È un drago, ok, ma deve pur mangiare per crescere santa la miseria. Nel film no, spicca il volo e durante una sequenza da forbici nelle pupille viene colpita da un fulmine, esplode come un pop-corn e ritorna a terra già adulta, in grado di macinare un esercito con uno sputo. Ah già e può anche comunicare mentalmente col suo cavaliere, cioè per la prima volta nella storia non vediamo un drago che è solo un mostro volante ignorante e zarro (perché i draghi sono zarri), ma ha una coscienza, può parlare, comunicare i suoi stati d’animo! Figo no?

No. No cari miei, perché a quei deficienti idioti dell’adattamento, posti di fronte al problema del doppiaggio di Saphira, cosa viene in mente?

La facciamo doppiare a un’attrice professionista? No, sta grandissima ceppa di minchia: la facciamo doppiare a Ilaria D’Amico!

ILARIA D’AMICO, avete letto bene: l’icona della giornalista sportiva bona, quella che a quel tempo conduceva Campioni, il sognola stessa che ora si bomba Gigi Buffon, colei che da adesso in avanti sarà sempiternamente definita IL FASTIDIO.

IL FASTIDIO si propone (ovviamente) in quella che è un’interpretazione agghiacciante, tanto che vorremmo prendere a badilate quel cazzo di drago, non tanto perché sia inutile e brutto, ma perché la voce della D’Amico è talmente irritante, talmente idiota, fuori parte, urticante e scema da far scatenare il lato dragonesco dello spettatore, che vorrebbe essere lui a spiccare il volo e cominciare a grigliare duro chi l’ha costretto alla poltroncina.

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Schiumo troppo in fretta? Riassuntino veloce?

Dunque, abbiamo un eroe dimmerda, un drago doppiato dimmerda, una trama dimmerda, cosa ci manca? Ma certo: un villain dimmerda!

Et voilà, miei cari, ecco che appare un Robert Carlyle selvatico (nella foto qui sotto lo potete vedere dopo aver fatto vedere le stelle alla sua compagna, che evidentemente era in piena Settimana Ketchup). Ebbene proprio così, Robert Carlyle, il Begbie di Trainspotting, che recita come se fosse strafatto di krokodile misto barbiturici. La sua performance si commenta da sola. No comment.

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Pensavate fosse finita qua? Vi piacerebbe! Sì, perché ci sono ancora due cose da dire su Eragon, ma proprio due cosette veloci: siamo nel 2006, e Stefano Fango un giorno si sveglia e si rende conto che il suo film è talmente bello che non ha bisogno di prendere attori veri per recitare, no: buttiamoci una guest star (per interpretare un personaggio che nel libro è fondamentale, ma vabbè), ottima idea: chi chiamiamo?

JOSS STONE.

[Rumore di braccia che cadono]

Ma credete non sia possibile rincarare la dose? Secondo voi nel 2006 chi chiama Stefano Fango a cantare la canzone di chiusura?

AVRIL LAVIGNE.

Chapeau mister Fango, hai vinto tu; game, set and match.

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La cosa buffa?

La produzione di questa palude di feci era di quelle grosse, e si vede: gli effetti speciali ci stanno di brutto, le ambientazioni sono strafighe e i movimenti di macchina quelli giusti; il vero problema è TUTTO IL RESTO!

Com’era prevedibile il seguito (Eldest) non è mai stato realizzato, in primis perché le critiche ricevute hanno stroncato anche solo l’ ipotesi di un sequel; in secondo luogo, la storia viene talmente tanto sputtanata che proseguire tenendo presente il libro sarebbe stato impossibile.

Questo è esattamente il tipo di trasposizione che ammazza il genere, che lo riduce a semplice baracconata per bambozzi, ovvero quell’angolo buio di Dimenticatoio da dove l’hanno tirato fuori Peter Jackson ed Harry Potter, le stesse saghe con le quali Eragon voleva mettersi in competizione, ma il cui semplice paragone fa solo ridere i polli… e Ilaria D’Amico.

Article written by:

Federico Asborno

L'Asborno nasce nel 1991; le sue occupazioni principali sono scrivere, leggere, divorare film, serie, distrarsi e soprattutto parlare di sé in terza persona. La sua vera passione è un'altra però, ed è dare la sua opinione, soprattutto quando non è richiesta. Se stai leggendo accresci il suo ego, sappilo.

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