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Exodus – Dèi e Re: la sontuosa epopea di un profeta oscuro

Exodus – Dèi e Re: la sontuosa epopea di un profeta oscuro My rating: 3.5 out of 5

Ridley Scott proprio non ce la fa.

Da creatore di mondi quale è sempre stato fin dagli esordi, quando non mette le mani sulla fantascienza quasi sempre dirige un film ambientato in un passato scenograficamente affascinante. Exodus, uscito nel 2014 (anno in cui, tra il sequel di 300, Noah di Aronofsky e l’orrido Pompei, tutti in quel di Hollywood sembravano voler girare un peplum per necessità fisiologica), è il sesto film “storico” del regista e, come si può intuire dal titolo, una nuova trasposizione cinematografica del libro biblico dell’Esodo.

La storia è quella arcinota dell’ebreo Mosè (Christian Bale), cresciuto tra i fasti della reggia del faraone Sethi I (John Turturro), che, a seguito di una vocazione divina, si fa profeta e condottiero di un popolo schiavizzato, e del suo rapporto di amore/odio con il “fratellastro” Ramses (Joel Edgerton), erede al trono d’Egitto. La rilettura “scottiana” dell’Esodo, tuttavia, differisce dalle innumerevoli portate sullo schermo in precedenza (il bellissimo cartone DreamWorks Il Principe d’Egitto compreso): prima che un racconto che intende lanciare un messaggio “evangelico”, Exodus è una traduzione del mito in immagini dall’immensa carica spettacolare.

Dal punto di vista della regia, Ridley Scott è sempre all’altezza: le soluzioni estetiche sono sempre ottime, così allo spettatore vengono date in pasto immagini di una magniloquenza possente. Che si tratti di panoramiche dalla bellezza ammaliante invase dalle comparse o primi piani impietosi sui volti degli attori principali, il regista non trascura nulla nella ri-creazione dei fasti dell’Impero Egizio. Il risultato è davvero ammirevole, ed Exodus, per la prima volta nella storia del cinema, è forse il film sul tema che meglio fa comprendere come sia stata la vita di Mosè a palazzo e quanto dura e faticosa fosse la schiavitù degli ebrei.

La maestria nella direzione delle scene di battaglia e di massa, le spettacolari sequenze dedicate alle dieci piaghe (rivisitate in ottica “scientifica” chiaramente debitrice ai documentari di National Geographic) e il potente finale sullo sfondo delle onde gigantesche del Mar Rosso cesellano l’ennesima dimostrazione della capacità di Scott di dar vita a racconti dalla portata epica, che si lascino gustare come spettacoli da grande schermo imperdibili, ma in cui il fattore umano ha un peso eguale a quello del comparto tecnico.

Per inoltrare l’audace e spigoloso intento di raccontare l’uomo e il guerriero dietro il pastore di anime, Scott ha affidato il ruolo di Mosè a un Christian Bale ancora posseduto dallo spirito di Batman. Il paragone apparentemente folle con Il Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan, in realtà, è tutt’altro che campato per aria: anche Exodus mette in luce le inquietudini del protagonista nell’affrontare il suo destino di “salvatore” insieme al prezzo in vite umane a esso legato, e il ritratto che viene fuori di Mosè è quello di un uomo dai sentimenti contrastanti, pessimista, mosso da passioni violente, ligio al dovere ma spesso polemico nel suo dialogo schizofrenico con Dio, qui estetizzato in maniera decisamente più innovativa che mette in discussione l’esistenza stessa di Dio.

A fargli da contraltare troviamo invece il Ramses di un funzionale ma non eccelso Joel Edgerton, un inetto faraone dalla gesticolazione da rapper completamente fuori luogo, in preda a deliri di onnipotenza e a complessi di inferiorità (a circa metà film, per i fan del grande regista, c’è pure una strizzata d’occhio al viscido Commodo di Il Gladiatore), costretto a finire schiacciato dall’ostile e ineluttabile furia di un Dio irriverente e vendicativo.

Attorno a loro si muove il gotha dei caratteristi di Hollywood, truccatissimi e quasi irriconoscibili, relegati principalmente a comparsate che spesso sfiorano il macchiettistico.

Cosa ne viene fuori?

Exodus è un prodotto interessante che offre una lettura diversa da quella pubblicamente nota, dalla durata chilometrica (il primo cut pare durasse quasi il doppio delle due ore e mezza della versione definitiva!), visivamente appagante, un po’ troppo sbrigativo in alcuni passaggi (soprattutto nella parte centrale), ma girato con gran mestiere da un regista, sì lontano dal maestro che fu (Alien, Blade Runner ma anche solo Il Gladiatore sono ben altra pasta), ma sempre bravissimo a rendere i suoi film ben più che semplici esercizi di stile.

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Classe 1996. Studente di lettere moderne a tempo perso con il gusto per tutto ciò che è macabro. Tenta di trasformare la sua passione per la scrittura e per il cinema in professione.

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