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Fat City: il sogno americano si infrange in una città amara come non mai

Fat City: il sogno americano si infrange in una città amara come non mai My rating: 4.5 out of 5

Periferie californiane, sogni americani mancati, e un Jeff Bridges in fasce che cerca la salvezza nei pugni. Serve altro per convincervi a dedicare un po’ del vostro tempo a Fat City?


Reso in italiano con il doppio titolo di Città amara e tratto dall’omonimo romanzo di Leonard Gardner, che di questo film del 1972 è anche sceneggiatore, Fat City non racconta niente di nuovo per chi è solito perdersi nei meandri più sordidi della nazione più famosa al mondo; ma lo fa in modo cristallino, asciutto, straziante. Il regista John Huston ci porta a Stockton, cittadina assolata che ha ben poco delle scintillanti sorelle Los Angeles e San Francisco: capannoni, pub dove annegare i propri rimpianti quando non l’intera propria vita, e un paio di palestre dove provare a dimenticarsela. È qui che Billy Tully, ex pugile disoccupato e senza punti fermi, incontra Ernie Munger, aspirante boxeur quasi inconsapevole del proprio talento. Billy vede nelle braccia e nelle gambe del giovane Ernie la possibilità di una rivincita nei confronti di tutto – destino, società, l’esistenza tutta, e lo spinge a recarsi dal suo vecchio agente, il quale lo introduce immediatamente in un giro di incontri, forte del fatto che “finalmente un bianco”, in una città che pullula di neri e messicani.


Nel frattempo, entrambi i pugili si confrontano con i piccoli, comuni drammi di ogni giorno: il diciottenne Ernie forse vorrebbe continuare ad essere un adolescente, ma la sua ragazza riuscirà a sposarlo e a restare incinta in men che non si dica, mettendo fine alla sua sete di libertà; mentre il non ancora trentenne e già fallito Billy alterna il saltuario lavoro nei campi a uno stato di ubriachezza quasi costante ai battibecchi sempre più furiosi con Oma, una specie di mantenuta incontrata per caso in un bar capace solo di bere, piangere e gettarsi nelle braccia degli uomini sbagliati.


Fat City è difficile da classificare: perché è un dramma realista, certo, ma anche venato di un certo lirismo. La boxe altro non è che un miraggio per smettere di sprofondare: potrebbe essere un qualsiasi sport, o la letteratura, o il cinema, o qualunque altra cosa. E gli schizzi di sangue e le ossa che si sbriciolano non sono nulla rispetto alle testate che si possono infliggere ad un jukebox in un moto di disperazione, o a una lattina di piselli scagliata contro al muro nei fumi dell’alcool. I tre attori protagonisti fanno il film: Jeff Bridges in una delle sue prime prove dimostra di avere la stoffa che lo condurrà dove sappiamo, Stacy Keach ha la perfetta fisionomia di chi dalla vita ha subito troppi colpi fisici e morali, ma soprattutto Susan Tyrrell è esattamente ciò che ci immaginiamo quando pensiamo alla prostituta di provincia: perennemente sbronza, lo sguardo lacrimoso e in qualche modo sognante, un vestito mezzo aperto che dice più di ogni altra cosa.


C’è in questo film un sapore amaro diffuso misto a una certa dolcezza, a cui sicuramente si sono ispirati altri spiragli sull’incubo americano – uno su tutti, l’altrettanto assolato Un sogno chiamato Florida. Un sapore che trova il suo culmine nella lunga, straziante scena finale, quando un giovane con ancora qualche residuo di speranza vorrebbe fuggire dal fantasma desolato di ciò che quasi certamente lo attende, ma non ce la fa, perché quel fantasma gli fa troppa pena. Su una Stockton polverosa e dimenticata, su due pugili che vorrebbero vivere ma dentro di sé sono già morti, su un sogno americano che si è trasformato in un doloroso e infinito letargo aleggiano le note struggenti di Help me make it through the night: aiutami a superare la notte. Che in Fat City è buia e lunga come non mai.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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