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Fino all’osso: un buon film sull’anoressia è impossibile

Fino all’osso: un buon film sull’anoressia è impossibile My rating: 3 out of 5

ATTENZIONE!
La recensione contiene degli spoiler

 

Fino all’osso (To The Bone) è il nuovo film di Marti Noxon, con protagonista Lily Collins, uscito su Netflix pochi giorni fa. Sulla scia di Tredici – che, non lo nego, lì per lì mi era piaciuto tantissimo, anche stavolta siamo di fronte alla storia di una ragazza giovane alle prese con problemi ben più grandi di lei. Problemi che in questo caso si riassumono in una condizione patologica: l’anoressia.

Le premesse e le promesse di indagare fino all’osso il mondo-baratro dei disturbi alimentari pur mantenendo l’impianto fresco del genere dramedy sembravano buone dal trailer, ma, come spesso accade, non sono arrivate al film. Ecco perché.

Rappresentare l’anoressia

Partiamo da un fatto: nell’ambito dei film che trattano forme di dipendenza, ce ne sono tanti riuscitissimi sulla droga e sulla disintossicazione. Sull’anoressia, a parte qualche cameo che non saprei nemmeno ricordare con precisione, non c’è quasi niente – forse solo Ragazze interrotte. Perché? Per un motivo tanto semplice quanto scomodo: siamo ancora in un momento storico che idealizza la magrezza e che la normalizza, facendo sentire sbagliato, fuori posto e da correggere tutto quello che magrezza non è – ci piaccia o no.

Banalmente: siamo tutti d’accordo che drogarsi pesantemente sia letale, esitiamo invece quel secondo in più quando pensiamo che dimagrire altrettanto pesantemente lo sia nella stessa misura. Probabilmente è solo un caso che Fino all’osso sia uscito ora che è estate, quando il body shaming è sempre dietro l’angolo, le riviste sono ossessionate più che mai da come appaiono i corpi delle donne, non si parla d’altro che di prova costume, e chi più chi meno siamo perseguitate dai confronti con le altre e con lo stesso specchio. Un caso, dicevo, ma anche una lente d’ingrandimento sul fatto che tutti questi precedenti costituiscono già un grosso punto di svantaggio per una produzione del genere.

Il setting appiattisce la storia

Dopo averle provate tutte, Ellen (Lily Collins) viene inserita dalla famiglia nel programma di cura della residenza di Threshold, una struttura riabilitativa specializzata in disturbi alimentari, i cui inquilini vivono proprio come in una casa – hanno le loro camere, guardano la tv in soggiorno, possono coltivare i loro hobby, e tutte le altre cose che si fanno in una normale routine. La struttura ha delle regole precise, però: non ci sono porte, così non ci si può nascondere per vomitare o spaccarsi di ginnastica, cellulari e tablet sono proibiti, ci si siede obbligatoriamente tutti a tavola e non si salta mai un pasto.

Ellen entra a Threshold, conosce gli altri ragazzi, si mezzo-innamora di Luke (Alex Sharp), a un certo punto partecipa a una specie di terapia di gruppo con la famiglia, in un altro momento viene organizzata una gita in un posto strano in cui piove acqua dal soffitto – quelle cose alla Into the Wild che dovrebbero farti sentire “vivo”, ed ecco, fondamentalmente questo è tutto quello che succede. Non ci sono scene di tensione né scene risolutive, Fino all’osso è un film sostanzialmente piatto.

Personaggi poco riusciti

Ellen è un personaggio alla Hannah Baker: una ragazza giovane e bella con problemi, che forse soffre pure di depressione, circondata da persone che vorrebbero vagamente aiutarla ma che non ce la fanno. Ma come Hannah, anche Ellen rimane solo un tratteggio di personaggio. Mi dispiace dirlo, perché Lily Collins è un’attrice bravissima, ma non ho notato grandi differenze tra la Ellen di Fino all’osso e la ragazzina di Braccialetti rossi. In più, si vira pericolosamente verso il loop amore-malattia di Colpa delle stelle nello svolgersi (ma nemmeno troppo) della mezza storia fra Ellen e Luke, il carismatico e (fin troppo) ottimista ex ballerino che dopo un infortunio al ginocchio ha avuto anch’egli un rapporto malato con il cibo – e se si trattava di una spia per uno sguardo anche alla sfera dell’anoressia maschile, non è riuscita per niente.

Gli altri personaggi sono tutti abbastanza insignificanti. C’è il solito impianto del gruppo di teenager di contorno, ognuno con il suo problema, in cui tutto è detto ma niente è spiegato – una ragazza incinta, un’altra che mangia burro d’arachidi a colazione direttamente dal barattolo, un’altra che dice di essere guarita dalla bulimia ma nascondo buste di vomito sotto il letto; la famiglia “allargata” di Ellen è costituita da padre assente (sul serio, perché nel film non compare mai)-compagna iperprotettiva-altra figlia da una parte, madre mezza hippy e compagna della madre dall’altra. In tutto questo, l’unica che sembra interessarsi veramente a Ellen è Susan (Carrie Preston), la compagna del padre.

Una cosa veramente bizzarra è la partecipazione di Keanu Reeves nel ruolo del dottor Beckham. Si presenta come un dottore innovativo, risolutivo e definitivo, ma in realtà dai suoi discorsi non emerge nulla di illuminante, se non frasi simil-zen e tutta una sequela di variazione sul tema “il cambiamento deve venire da dentro”, morale di molte storie, a mio avviso non applicabile a questa.

Troppe domande senza risposta

Perché Ellen è anoressica? Non si sa. Non si capisce se c’è un vero motivo, e, viceversa, i problemi familiari non costituiscono un motivo sufficiente.

Non si va a fondo. C’è il discorso della depressione post-partum della madre, una specie di rimosso, per la quale pare che non avesse allattato la figlia – ma sul serio il motivo del rapporto malato di Ellen con il cibo e con il proprio corpo poteva essere davvero quello? E comunque, anche volendo ammetterlo, questo fatto è raccontato in una scena improbabile, in cui uno stravagante consiglio new-age di dare il biberon a Ellen e cullarla come un bebè si rivela veramente risolutivo.

Altrettanto semplicistico e sbrigativo è l’happy ending di Fino all’osso. Ellen ha una specie di sogno/allucinazione, in cui vede una sorta di proiezione di sé a terra, scheletrica, presumibilmente morta, e si rende conto che sta mettendo a rischio la propria vita. Accade tutto troppo in fretta, non è credibile: è più probabile che questo scatto razionale del cervello capiti dopo pochi giorni, quando ancora niente può essere classificato come disordine alimentare, quando ti accorgi che non puoi continuare in quel modo, perché fare la fame ti fa schifo, vomitare ti fa schifo, e far male al tuo corpo e alla tua stessa persona ti fa ancora più schifo. Parola di chi, a diciotto anni, il momento del coglione – o per meglio dire, i cinque giorni, l’ha vissuto personalmente.

Il grosso rischio di mistificare l’anoressia

Non solo in Fino all’osso non si dice niente sui motivi dell’anoressia di Ellen, non si dice niente nemmeno sull’anoressia in sé. Tutto è affidato a dei pezzetti da rimettere insieme per avere un quadro generale, che però non dà informazioni più specifiche di quelle che sappiamo già tutti per sentito dire: quando il corpo smette di bruciare grasso attacca i tessuti, gli organi e le ossa, e prima o poi non rimane più niente. Basta. Anzi, forse questi pezzetti possono addirittura diventare una specie di campionario inquietante su come si diventa anoressiche: le misurazioni della circonferenza del braccio con le dita, le serie ripetute degli addominali, la fissa del conteggio delle calorie, i continui discorsi sui lassativi e sul vomito, l’intubazione, le inquadrature del piatto di Ellen che spezzetta il cibo e lo sparge per dare l’idea di averlo mangiato – quest’ultima cosa, avendola fatta anch’io, è forse quella che più mi ha messa a disagio. Parlare del cibo è una cosa che non aiuta, dice il dottor Beckham a Ellen, ma allo stesso tempo si fanno riferimenti ripetuti ai Tumblr pro-Ana e ai casi di suicidi che spesso ne sono derivati.

La fotografia è bella, le scene sono belle, esteticamente Fino all’osso è un film bello. Ma il problema è proprio questo: l’anoressia non è bella. Al di là delle inquadrature strategiche, del trucco e di qualche ritocco di post-produzione, Lily Collins ha effettivamente dovuto perdere parecchio peso per girare questo film (in più, lei stessa ha sofferto di disturbi alimentari), ma il suo personaggio dà un’idea di malato troppo artificiale e artificiosa, troppo patinata e troppo ingentilita, troppo glamour: il trucco pesante agli occhi per farli apparire più infossati, i vestiti cadenti, i capelli disordinati non la fanno apparire né brutta né sofferente, anzi, ne danno un’immagine da copertina fascinosa e un po’ grunge, che, purtroppo, può solo contribuire a glorificare l’anoressia invece che combatterla.

Fino all’osso è gradevole sia visivamente che narrativamente, se ti scordi che è un film su una ragazza anoressica. Ma il discorso è uno, ed è molto semplice e molto crudo: dall’anoressia, o se ne esce, o si muore. Il resto, è tirarla per le lunghe.

Fino all’osso cade pesantemente nella trappola che voleva disinnescare. E ne sconsiglio la visione a chi di anoressia, o bulimia, soffre davvero.

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La mia data di nascita è il primo pezzetto della tabellina del 3. Campo di grammar nazismo in più lingue, teatro amatoriale, tè e altre splendide cose che non fanno curriculum. Finché non mi crasha photoshop faccio anche l'illustratrice. Se esistesse un posto con i tramonti del Lago Trasimeno e le porte di Bologna, abiterei lì. Guardo film per poter dire che vabè comunque il libro era meglio.

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