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Frankenstein Junior – L’adattamento che ci piace

Frankenstein Junior – L’adattamento che ci piace My rating: 4.5 out of 5

Mel Brooks prende la storia del dr. Frankenstein e del mostro, tanto utilizzata al cinema, e la stravolge, creando un capolavoro della comicità.

Frankenstein

Quando Mary Wollstonecraft Godwin, al secolo Mary Shelley, offesa dalle prese per il culo dei suoi compagni di merende, tra cui il suo maritino Percy Bysshe Shelley, decise di dare a tutti quei maschiacci misogini una lezione scrivendo il racconto Frankenstein in una notte buia e tempestosa, non poteva immaginare che sarebbe diventato subito uno dei classici inossidabili dell’orrore.

La storia è questa: bloccati in casa dalla pioggia, un gruppo di amici si ritrovano a gareggiare nella creazione della migliore storia horror. Voi in una situazione del genere probabilmente guardereste American Pie, rovinandovi di birra e patatine. Tornando alla nostra Mary, dopo che tutti ebbero letto il racconto partorito, di cui non penso di dovervi spiegare il soggetto, venne incoraggiata dal marito ad approfondire l’idea. Creò così un romanzo di eterna attualità che, quando letto, fa ancora accapponare la pelle e che invita a riflettere sulla mania dell’uomo di andare oltre il consentito per i suoi fini, sulla solitudine, sul valore della vita.

Fortuna Cinematografica

Insomma un capolavoro che, per la potenza delle sue immagini, ha trovato grande fortuna nell’adattamento cinematografico. Quasi esageratamente, dato che molte di queste pellicole schifano totalmente il profondo messaggio del libro, riducendo il dr. Frankenstein a uno scienziato pazzo e il mostro a un energumeno violento.

Immagine

No ma, seriamente??

La semplificazione della storia e delle tematiche è da sempre un grosso rischio quando si adatta un’opera letteraria.

Noi del MacGuffin siamo sempre sospettosi verso questa pratica MA, in questo marasma allucinante di pellicole, ne abbiamo una che apprezziamo molto. Stiamo parlando di Frankenstein Junior.

Ma secondo voi ci piace perché vi troviamo perfettamente trasportata l’opera di Mary Shelley?

Manco per il cazzo, ci piace perché è un film di una stupidità infinita che fa letteralmente sganasciare dal ridere.

Parlavamo di letteratura e adattamento? Cambiamo totalmente tono e andiamo a sciorinare quante cavolo di perle ci sono in questo film. Non c’è praticamente una scena che non sia un cult assoluto, di quelli che entrano nel linguaggio e nei modi di fare quotidiani.

Dal famoso lupo ululà, castello ululì al sistematico nitrito imbizzarrito dei cavalli quando qualcuno nomina l’inquietante custode del castello Frau Blücher (iihihihihihihi – scusate non ho resistito).

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La vostra espressione alla visione del film

La commedia di Mel Brooks.

No, ma ragazzi seriamente, quanto schifo fa ridere? Perdonatemi mi sono lasciato andare e mi sono perso alcuni passaggi.

La trama innanzitutto: siamo negli anni ’30 ( elemento evidenziato dall’uso del filtro bianco e nero) e il dottor Frederick Frankenstein è un celebre medico e professore universitario, stimato per la sua razionalità e per la sua etica, tanto da volersi staccare completamente dal nome dell’ancora più celebre nonno, il pazzo creatore del mostro Victor, cambiando la pronuncia del suo nome in Frankenstin.

Viene convocato in Transilvania (e dove se no?) per riscuotere proprio l’eredità del nonno: il suo castello/laboratorio, dotato di tutti gli annessi e connessi da film dell’orrore. Troviamo infatti una magione diroccata, piena di lampadari inquietanti, con un assistente deforme (un Marty Feldman oltre ogni umana comicità) e la sopracitata spaventosa tenutaria con la scopa nello sfintere. Tutto ovviamente condito da lampi, tuoni e notti buie e tempestose, molto tempestose.

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SI. PUO’. FAAAAREEEEE

L’inizialmente scettico professore, come prevedibile, s’imbatte negli appunti del malvagio nonno e si ricrede sulla possibilità di mettere in scena l’esperimento della creazione di un uomo tramite l’utilizzo di cadaveri e della corrente elettrica (il Galvanismo).

Sguinzaglia quindi il baldanzoso assistente dall’occhio ballerino, Igor, che impone di pronunciare il suo nome come Aigor (che in inglese suona come eye – gore: occhio sanguinolento… ragazzi questi sono dei geni del male) e che si incarica di far pervenire i pezzi di cadavere necessari all’esperimento, compreso il cervello di un noto intellettuale da poco deceduto: Hans Delbruck.

Il “mostro”

Sfortunatamente per la scienza, ma fortunatamente per noi, Aigor rompe la teca del cervello sopracitato, prendendo in sostituzione quello di tale A.B. Norme (non fate finta di non ridere maledetti figli di buona donna).

Essendo il cervello appartenuto ad un tizio con problemi mentali, il mostro, non appena riportato in vita, non si mette certo a discorrere di Camus e Proust sorseggiando un tè al bergamotto, ma fugge dal laboratorio mugolando e si mette a far danni. Il resto è storia del cinema e della comicità. Ci sono molti incontri che fanno spanciare dal ridere. Su tutti quello col frate cieco mi fa da sempre rovesciare le budella.

Le scene di culto non finiscono certo qui, dato che il dr. Frankenstein (“Frankenstiiiin!!”… scusi!) riesce a recuperarlo, facendogli capire di essere una creatura buona e organizzando un’esibizione di tip tap per convincere di ciò anche i paesani.

Scena esilarante, ma non finisce certo qui. Il film continua tra gag, battute, incomprensioni amorose (con boutades sul pene annesse).

Non posso chiaramente svelarvi molto di più.

Cosa ci piace?

Ma dunque, cos’è che rende questo film una perla e non un trash d’annata?

In fondo non vediamo che giochi di parole, battute sulle gobbe, sul pene e comicità molto fisica in generale. Alla Paperissima, per intenderci.

Ma allora perché Frankenstein Junior fa sbudellare e Paperissima fa suicidare?

Beh, figliuoli miei, stiamo pur sempre parlando di un regista del calibro di Mel Brooks. Quando qualcuno vuole far ridere può dire o fare anche la cosa più stupida del mondo, ma se la mette bene e con un buon tempo comico funziona e scatena la risata nello spettatore. Utilizzare attori come Gene Wilder e Marty Feldman aiuta certamente, considerabili di certo tra i più grandi caratteristi di sempre.

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Adesso, se siete chiusi in casa durante una notte buia e tempestosa, non vi rimane che procurarvi questo film e gustarvelo con amici, birra e schifezze. Magari non sarà elevato come scrivere un romanzo, ma sicuramente non sarà tempo perso.

P.S. Ne approfitto per consigliarvi Frankenstein di Mary Shelley, adattamento di Kenneth Branagh che segue pedissequamente e meravigliosamente storyline e tematiche dell’opera letteraria.

Article written by:

Riccardo Cavagnaro

Vede la luce nell'anno 1991. Da quando ha visto "Jurassic Park" all'età di 3 anni sogna segretamente di toccare un dinosauro vivo. Appassionato lettore, viaggiatore, ascoltatore di musica e bevitore. Tutte queste attività arricchiscono sicuramente il suo bagaglio culturale, ma assottigliano pericolosamente il suo portafogli.

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