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Freedom Writers, L’attimo fuggente oggi

Freedom Writers, L’attimo fuggente oggi My rating: 3.5 out of 5

Cosa dovrebbe significare insegnare oggi?

Ce lo spiega Freedom Writers, film del 2007 tratto – cosa che lo rende ancora più interessante – da una storia vera.

Il film racconta di un’insegnante, Erin Grunwell, alle prese con gli allievi di una scuola di Long Beach, facenti parte di un programma d’integrazione e, come tali, visti dai dirigenti scolastici come una macchia al prestigio dell’istituto. Fin qui direte, beh, quindi? Quindi c’è molto di più, molto più nel profondo.

Crescere che fatica

La storia segue i metodi d’insegnamento della “Professoressa G”, ma sceglie di farlo dal punto di vista degli studenti. O meglio, ci mette di fronte a Erin, alla sua vita in casa, alle sue scelte e alle lotte per metterle in pratica nonostante l’opposizione della dirigente didattica (povera Imelda Staunton, non riusciremo mai a farcela star simpatica) e dei professori. Ma le voci fuori campo, i fatti cui assistiamo la maggior parte del tempo, sono quelli della vita dei ragazzi di Long Beach.

E a Long Beach ci sono le gang. Ci sono le botte, i genitori violenti, scomparsi, in carcere. Ci sono le risse, le sparatorie, gli amici che muoiono davanti ai tuoi occhi. Il quadro emerge, e poco a poco Erin Grunwell lo vede, completo, di fronte a sé. Ed è quello di dei ragazzi alle prese con la naturale incomprensione nel crescere e quella, effettiva, della realtà in cui sono immersi.

L’attimo fugge a Long Beach

Di più: Erin è il John Keating dei suoi anni, ama il suo mestiere e sa che ha una responsabilità di gran lunga superiore ad un banale snocciolar nomi o impartire una disciplina. E va oltre. Erin fa due lavori per pagare libri, gite, incontri ai suoi studenti, per aiutarli a scoprire che c’è della bellezza nella curiosità, che nella cultura c’è di più dei nozionismi. Gli studenti delle sue classi imparano che leggere e scrivere, due azioni da loro così screditate, può non farli sentire soli, può salvarli. Imparano che c’è qualcuno a cui importa della loro realtà, e pur rimanendoci dentro vi crescono e migliorano grazie alla loro insegnante.

E i Freedom Writers del titolo saranno proprio loro: a fronte di un esperimento consistente nel tenere, ciascuno, un diario personale, Erin riesce a far sì che i ragazzi possano scrivere e pubblicare le proprie storie, in unica raccolta, dal titolo Freedom Writers, appunto. Un titolo che riassume un dono, il dono che è stata in grado di fare ai suoi studenti.

Perché Freedom Writers?

Non stiamo parlando di un capolavoro del cinema, no. Hilary Swank non ha lo spessore delle grandi attrici, Patrick Dempsey è lì per far la figura del bello (cosa che gli riesce, lo sappiamo, ma solo quello). Ma una cosa accomuna tutti, anche i ragazzi: sono veri, spontanei, esattamente come devono essere, come l’intero film è. Quindi, se vi chiederete perché sto recensendo un film e vi sto parlando d’altro, la risposta è questa: Freedom Writers ci ricorda il valore dell’insegnare. Ci insegna, a sua volta, che credere in ciò che si fa ha un valore, un’importanza, e che da fuori si sente. Ci ricorda, come già fece L’attimo fuggente, che le persone dotate di passione sono in grado di fare cose che sfiorano il miracolo, e che più degli esseri umani, la cultura può fare dei miracoli su ciò che siamo, può salvarci. Ci fa riflettere su quanto chi giudichiamo diverso, aggressivo ed evitabile abbia quasi sempre alle spalle qualcosa di doloroso che ha solo bisogno di essere ascoltato, e che questo è qualcosa che ci accomuna tutti e che può essere un punto di forza, non qualcosa che ci divide.

Freedom Writers è un film che parla della bellezza e l’importanza di insegnare, di fare la differenza, e lo fa insegnando a chi lo guarda.

E in fondo, se il Cinema riesce a creare qualcosa che ha dentro sé mille temi importanti che prescindono da esso, non è lì che sta la sua genialità?

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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