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Goat: la vita nelle confraternite è una violenza da raccontare

Goat: la vita nelle confraternite è una violenza da raccontare My rating: 4 out of 5

Avete presente le super feste stile American Pie, tra alcool, divertimento sfrenato dove tutto (o quasi) è permesso? Bene, dimenticatevele subito perché Goat, prende a calci e pugni questa realtà.

Basato sul romanzo autobiografico di Brad Land, questo film racconta le ombre e l’organizzazione militare delle confraternite nei college americani. La violenza, sia fisica sia morale, si infiltra in un mondo creato per libri e colletti di camicie inamidati. Brad in questo modo rivive la sua gioventù attraverso il corpo e i gesti di Ben Schnetzer, capace di interpretare un ragazzino un po’ ingenuo e indifeso pronto a cercare l’appoggio del fratello più grande Brett (Nick Jonas).

Un momento questo nome mi ricorda qualcosa.

Scusatemi per questa piccola pausa musicale, torniamo alle cose serie.

Il giovane, dopo aver subito una vigliacca aggressione da parte di due sconosciuti, decide di lasciare la casa dei genitori. Decide di iscriversi all’Università in cerca di maggior protezione. Così, dopo qualche birretta in compagnia di nuovi amici, arriva Mitch, fondatore della confraternità Phi Sigma Mu, gentilmente definito “uno dei più pazzi figli di troia mai visti nella scuola”. In questi neanche cinque minuti, uno straordinario James Franco, aizza le folle, predica lezioni di vita e ci ricorda che a volte non si ha più l’età per certe serate.

All’improvviso tutto cambia. Uno squillo del telefono dà il via a un gioco violento e crudele da far invidia a quelli architettati nell’horror Saw. Qui però fa ancora più male perché Goat è un film che vuole raccontare veramente quello che succede. Torture e allenamenti paramilitari perfetti per far sorridere anche da lassù il sergente Hartman, violenza psicologica che crea rabbia e disprezzo nello spettatore. I carnefici non vengono odiati, le vittime si ammalano della sindrome di Stoccolma. In questo modo, forse anche un po’ brusco, il regista Andrew Neel mostra una realtà difficile senza scendere a compromessi. Questa scelta forte è stata premiata in parte dalla critica e dalla partecipazioni a importanti festival come il Sundance e la Berlinale mentre in altri casi non è stata capita.

Brad insieme agli altri ragazzi cerca di superare queste prove, simili sempre più a un assurdo rito di iniziazione attraverso il quale si deve passare per ottenere il rispetto e l’approvazione sociale dei più grandi. La scena iniziale durante i titoli di testa è molto d’impatto. La musica dai sapori tribali si mescola, silenziando le urla, mentre i fisici scolpiti ripresi esaltano la mascolinità e la forza dell’uomo.

Il rapporto tra i due fratelli sempre sull’orlo di una crisi crea una suspance da thriller che esploderà in un finale che ho amato. È un amaro lieto fine, perfetto per un film sporco e cattivo che se ne frega di farsi bello solamente davanti alle apparenze.

PS:  Da evidenziare l’ignoranza nella traduzione italiana del titolo. Goat che letteralmente significa capra viene trasformato in un inutile La Fratellanza. Non so se Vittorio Sgarbi conosca questo film, ma io me lo immagino seduto sul divano dopo aver lanciato il telecomando, urlando una semplice parola.

Article written by:

Nicolò Granone

Simpatico, curioso, appassionato di cinema, sono pronto a esplorare l'universo in cerca di luminosi chicchi di grano da annaffiare e far crescere insieme a voi, consigliandovi ogni tanto film da scoprire qui alla luce del Sole.

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