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Gosford Park: una commedia umana all’inglese, secondo Robert Altman

Gosford Park: una commedia umana all’inglese, secondo Robert Altman My rating: 4 out of 5

“Una donna senza cameriera non ha rispetto di sé stessa”. Basterebbe questa sola frase a darvi un’idea di cosa sia Gosford Park, giallo del 2001 che del giallo in realtà ha ben poco, o meglio, non solo. Del resto, se l’autore è nientepopodimenoché Robert Altman non vi aspetterete soltanto una banale indagine nell’aristocratica campagna inglese?

Autunno del 1932: una coppia di ricchi borghesi organizza una battuta di caccia nella sua tenuta di campagna e decide di invitare tutta la crème dell’alta società. Crème che naturalmente non può non portarsi appresso uno stuolo di valletti e domestiche, pena lo stigma sociale di cui sopra – l’unica che ci prova, poveretta, viene disprezzata persino dal marito. Gli aristocratici sparlano gli uni degli altri, la servitù sparla degli aristocratici, la divisione di classe è netta ma non troppo, soprattutto in camera da letto; cambiano gli abiti, ma i comportamenti sono identici. La vita scorre tranquilla tra cene, pettegolezzi e una lieve noia, finché il padrone di casa non viene brutalmente assassinato; più di un ospite aveva un motivo per compiere il misfatto, e scovare il colpevole – o i colpevoli – in mezzo a una trentina di personaggi non è cosa semplice.

Robert Altman è un amante della commedia umana e dei film corali, e Gosford Park ne è la riprova. L’intreccio è complesso come un libro di Agatha Christie, ma in fondo non è che un pretesto per affrescare con grazia e ironia un mondo ormai sepolto, le cui dinamiche però si ritrovano ancora oggi. Ad aiutare il regista in questa opera mastodontica ma al tempo stesso piacevolissima troviamo un cast di tutto rispetto: sua maestà Maggie Smith, che alle cameriere non rinuncia purché siano a basso prezzo; Kristin Scott Thomas nei panni dell’algida padrona di casa; Helen Mirren, perfetta garante dell’ordine a Gosford Park con un passato oscuro; e ultimo, ma non per importanza, Clive Owen, valletto tenebroso e seduttore.

Lo scenario, gli abiti, i paesaggi, tutto immerge lo spettatore nell’Inghilterra di provincia degli Anni Trenta: una guerra è passata e l’altra sembra ancora remota, si fugge dalla città per cercare un po’ di pace, e gli unici americani presenti sono visti come buzzurri, ambasciatori di un nuovo mondo colorato e frivolo del quale forse non è il caso di approfondire la conoscenza. Molto meglio rintanarsi in campagna e (s)parlare di conoscenti, politica, caccia, lasciando un sottofondo di non detti e sotterfugi che da solo potrebbe fare un romanzo.

Una menzione a parte la merita Gosford Park, inteso come casa: il piano nobile e quello destinato alla servitù sono perfettamente speculari, identici, divisi solo da una rampa di scale e dalla magnificenza degli arredi. Così vicini eppure così distanti, quasi due rette parallele; una metafora della società e dell’esistenza.

Gosford Park è il film ideale per chi vuole (ri)trovare Altman nella Vecchia Europa, per chi vuole immergersi in gialli e prati very british, per chi semplicemente ama il cinema. Perché di questo si tratta: caro, vecchio, buon cinema.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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