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GRAVITY : parto di un capolavoro

GRAVITY : parto di un capolavoro My rating: 5 out of 5

“È un film lungo, pesante, lento. Non racconta niente.”
Così viene descritto dai miei coetanei “Gravity” di Alfonso Cuarón, ogni volta che lo tiro in ballo. Eppure nel 2014 ha portato a casa numerosi riconoscimenti (6 Oscar, 1 Golden Globe, 6 BAFTA). Certo, è anche vero che non è la quantità di premi che un film riceve a renderlo un capolavoro, ma vi assicuro che questo film merita tutti quelli che ha collezionato, e con essi tutto il nostro rispetto.
Gravity è la storia di una (ri)nascita. 
I registi (quasi tutti) fanno fino in fondo il loro lavoro, basta solo saper guardare.

La dott.ssa Ryan Stone (Sandra Bullock) si trova a ricoprire il ruolo di ingegnere biomedico nella sua prima missione spaziale. Qualcosa nella missione va storto e un cumulo di detriti la spedisce lontano dallo shuttle. Uno scossone, forse un po’ violento, che taglia quel “cordone ombelicale” al quale è legata.

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Solo dopo questo momento inizia a raccontare la sua storia al collega di missione Matt Kowalski (George Clooney), tornato a recuperarla col suo jet pack. Nel suo passato c’è una figlia morta per un tragico incidente a scuola, da quel momento la sua vita è come bloccata in un loop.

Stavo guidando quando ho ricevuto la telefonata.

 Da allora è quello che faccio: mi sveglio, vado a lavorare e guido.

La dottoressa Stone ha perso la voglia di vivere, di agire. È sospesa, proprio come un astronauta in assenza di gravità…
Intanto il viaggio continua: gli astronauti viaggiano verso la Stazione Spaziale Internazionale, ma, come spermatozoi, non tutti posso arrivare a destinazione e solo Ryan riesce ad entrare.
Finalmente al sicuro, riprende fiato, fluttuando in posizione fetale.

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Per continuare il suo viaggio, Ryan deve sganciare il veicolo sul quale si trova dal paracadute impigliato alla Stazione Spaziale. Bisogna “tagliare” per andare avanti.

Sulla navetta cerca di lanciare il mayday, ma intercetta solamente una frequenza radio Inuit: non riesce a farsi capire, può solo ascoltare… come un bambino nel grembo della madre che inizia a reagire ai suoni che vengono dal mondo esterno. Curiosamente quello che la dott.ssa Ryan Stone ascolta sono il guaito di un cane, della musica e il pianto di un bambino.

Non più senza meta. Torniamo a casa.

Raggiunta la Shenzou, navicella di salvataggio cinese, inizia la discesa che si conclude in mare: la culla della vita sulla Terra. Una ranocchia, emblema dell’evoluzione, nuota verso la superficie insieme alla dott.ssa Stone che si spoglia della tuta spaziale, del peso, del suo passato

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Schiacciata dalla gravità, inizialmente può solo strisciare. Poi, lentamente e con pazienza, si alza in piedi: come un bambino muove i suoi primi passi verso una nuova vita.

La colonna sonora di Steven Price è così potente e in linea con la storia narrata che rende superflua qualsiasi parola in merito. Ascoltatela, basterà.

E a voi che dite che è “un film lungo, pesante, lento e che non racconta niente”, immagino abbiate visto 2001: odissea nello spazio … come no.

Article written by:

Federico Luciani

Nasce nel 1990. Sette anni più tardi s'innamora del teatro e da allora sono fidanzati ufficialmente. Laureato al DAMS di Bologna e impegnato nel teatro sociale da diverso tempo. Quando non scrive, divora film di ogni genere. Dylan Dog come eroe, Samuel Beckett come mentore, Woody Allen come esempio e Robin Williams come mito.

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