Old Movies

The Green Inferno

The Green Inferno My rating: 3.5 out of 5

In queste settimane si parla molto di Quentin Tarantino e del suo ultimo (bellissimo, a mio parere) film, The Hateful Eight. Prendete invece il suo Bastardi senza gloria. Una delle scene meglio riuscite del film è sicuramente quella che vede l’Orso Ebreo giustiziare un generale nazista con una mazza da baseball. Ecco, l’avreste mai detto che dietro al sergente americano tutto muscoli si nascondesse in realtà un talentuoso regista?

Donny Donowitz

Si tratta di Eli Roth, amico di Tarantino, da lui definito “il salvatore dell’horror”. Come il suo mentore, Roth è cresciuto a pane e b-movie, con un particolare interesse per il cinema italiano: il neorealismo prima (Rossellini, De Sica e Fellini) e l’horror poi (Lenzi e Deodato in particolar modo).

Non bisognerebbe mai farsi dei pregiudizi: Roth non pare una persona particolarmente sveglia (non lo conosco, sia chiaro). Inoltre, con quel fisico scolpito e quella faccia da schiaffi sembrerebbe l’ennesimo bel muso partorito da Hollywood. Eppure si è rivelato non solo un gran conoscitore della settima arte, ma anche un uomo spinto alla regia esclusivamente dal suo amore per essa.

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È così che nasce The Green Inferno, omaggio dichiarato del regista ad un genere che fece la fortuna del cinema italiano tra gli anni ’70 e ’80. L’ammiccamento più evidente è quello (neanche a dirlo) a Cannibal Holocaust, il capolavoro di Deodato, col quale tutti i film del filone devono per forza fare i conti. Comunque Roth non si limita ad offrire allo spettatore uno spettacolo puramente splatter infarcito di citazioni cinefile, nonostante questo rimanga il suo obiettivo principale.

Il regista si concede un largo incipit per presentare i “fattori umani” che porteranno alla spedizione nel cuore dell’Amazzonia. Dietro alla facciata da bravi ragazzi impegnati nella lotta ambientalista, si cela in realtà la vanità puramente occidentale di questi ragazzetti di vent’anni che, più per noia che per altro, decidono di immolarsi in una causa che probabilmente neanche li tocca.

Eppure Roth non vuole nemmeno farceli stare antipatici. I protagonisti, più che egoisti, vengono dipinti come dei semplici idioti inconsapevoli e non ci viene quindi data la possibilità di sperare e/o godere delle loro atroci morti. Nessuna condanna neppure nei confronti delle tribù indigene, colpevoli solamente di attuare la loro personale legge di natura.

Scusate, mi sono dilungato più di quanto volessi sulla mia personale interpretazione dell’opera. Nella speranza di non avervi annoiato, vado subito al sodo. Se siete interessati a questo film molto probabilmente apparterrete a quella larga fetta di pubblico, affetta da chissà quali problemi psichici, che ama vedere gente macellata nei modi più insani possibili. Io ci sono dentro e per quanto mi riguarda lo spettacolo funziona alla grande. Vi dico solo che ad un certo punto, dopo aver visto una persona venire mutilata, scuoiata, farcita e cotta al forno, mi ha brontolato lo stomaco. Per fortuna mia madre è psicologa.

Se gli horror sono la vostra passione, fate un salto dai nostri amici di Film esageratamente da paura!

Article written by:

Mauro Paolino

Classe 1996, inizia a scrivere recensioni cinematografiche all'età di 15 anni. Appassionato di cinema, scrittura e storia dell'arte moderna, passa le sue giornate a guardare film, scrivere sceneggiature scadenti e coltivare la sua barba, nella falsa convinzione di sembrare un ragazzo intellettualmente impegnato.

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