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HER SMELL – INFERNO E PARADISO DI ALEX ROSS PERRY

HER SMELL – INFERNO E PARADISO DI ALEX ROSS PERRY My rating: 4.5 out of 5

Inferno e paradiso. Due luoghi opposti, lontani. Ombra e Luce, Terra e Cielo, Dannazione e Salvezza. Alex Ross Perry (regista) comprende bene che per giungere alla salvezza bisogna prima confrontarsi con l’essere dannati, con il male, con la nausea. Non c’è luce senza oscurità, come non c’è terra senza cielo, l’uno dipende dall’altro in perfetta simbiosi. E se due poli tanto estremi lavorassero sinergicamente all’interno di un essere umano probabilmente, prima o poi, l’uno sovrasterà l’altro. O si insegue la luce o ci si abbandona all’oscurità. “Her Smell” è la scalata nauseante e fetente di un essere umano sovrastato dal buio che vuole evadere e raggiungere la luce. Luce che è musica, unione, famiglia, condivisione ma soprattutto fiducia verso sé stessi e gli altri. È “Becky Something” (Elisabeth Moss), la cantante punk-rock protagonista di questo ritorno alla vita e al vivere, che decide di affrontare il mondo reale lucidamente, senza aiuto di droghe o stregonerie, abbandonando il dietro le quinte e salendo un’ultima volta sul palco; ma non senza prima aver attraversato l’Inferno.

Becky, dell’inferno, ne diventa il demonio in persona: è lei a diffondere l’odore nauseante per tutta la prima parte del film. Inizio che si trasforma dopo pochi secondi in una visione tormentosa e straziante. L’introduzione di Becky è straordinariamente portata in scena (o meglio nel retroscena), da Elisabeth Moss che fa del corpo lo strumento primario per un’interpretazione magistrale. Sono infatti i piccoli gesti, come le linguacce o gli sguardi nel vuoto, ad essere indimenticabili e a risuonare una volta concluso il film. Corpo a cui è legata una soundtrack che la insegue e che le fa da sfondo musicale, fatta di suoni ripetitivi e agghiaccianti. “She is here” viene annunciata così la sua entrata in scena, come una creatura inquietante da temere e da dover tenere lontana dalla figlioletta, ancora neonata.

Ross Perry decide di dar vita al suo inferno in un luogo caotico e asfissiante come il backstage. Un luogo oscuro, nascosto dal mondo esterno, accessibile solo a un numero ristretto di persone; un dietro le quinte teatrale di un rosso fiammeggiante che combacia perfettamente con la scrittura, divisa per blocchi di unita spazio-temporali, dell’autore. È il caos a regnare in questo girone infernale, dove i dannati subiscono i tormenti di Becky, in preda a un’inspiegabile crisi indotta da droghe e alcol che però non le vediamo mai consumare. È forse questa la non-immagine più disturbante del film: non concedere un singolo frame all’atto scatenante di tutta questa bufera, come se in fin dei conti, droghe o non, Becky fosse destinata a portarsi dietro e dentro, il male. “Sometimes I don’t even know myself” afferma la cantante che agisce senza ragione, come indotta da una trance. È completamente sconnessa dal mondo esterno da assumere uno stregone che le indichi la via e attraverso riti e invocazioni le comunichi cosa fare, come agire. A ritornare è anche il continuo appellarsi alla parola “witch” per consacrare un’unione o un legame.

La prima parte di Her Smell è un’opera punk grottesca e caotica, ricalcante il celebre Irreversible di Noè in quel rosso infernale e in quel tripudio di disgusto evocato si dalle azioni ma soprattutto da una regia frenetica e spasmodica. Improvvisamente prima del concerto, che in qualche modo avrebbe dovuto riaffermarla, Becky arriva ad un punto di non ritorno dal quale troverà la forza per rinascere e trovare la luce.

Il Paradiso, per Alex Ross Perry sono le mura domestiche in cui Becky si rintana. Ancora una volta un luogo chiuso, ermetico e privato. Uno scudo dal mondo esterno che la spaventa così tanto. C’è tanta luce naturale, enormi finestroni da cui filtrano spiragli di luce bianca in questa seconda parte di film. Ed è infatti il bianco il tono principale in cui la nuova vita della rockstar ricomincia. Un bianco puro, etereo e surreale rafforzato anche da una regia non guidata dall’isteria ma statica, immobile e dedita al mostrare nel più chiaro dei modi le azioni messe in scena. A colpire è senz’altro il profondo silenzio che Becky si trascina dietro, evocato anche dai suoi sussurri, dai suoi sguardi pentiti e spenti.

Ross Perry racchiude con una cover musicale di Heaven (Bryan Adams) tutto il tempo perduto con la figlia, ormai grande. Ancora una volta Becky interagisce e dialoga tramite la musica perché è l’unico mezzo che le permette di aprirsi, esprimersi e scusarsi. Se prima le chitarre elettriche, la batteria isterica e le voci punk davano l’opportunità a Becky di perdersi nei ritmi caotici e movimentati, ora la musica rallenta, abbandonandosi ad un piano soave e pacato. Non è più distrazione ma ascolto, riflessione e soprattutto dialogo.

Elisabeth Moss intuisce perfettamente il cambiamento necessario e la direzione da prendere, lavorando ancora una volta sul corpo, sui gesti e sugli sguardi. Eppure percepiamo che qualcosa in fondo non è cambiato, che una parte di male è ancora lì. La nuova Becky soffre e si prende il tempo necessario per riflettere, isolandosi tra gli strumenti musicali in attesa di un nuovo linguaggio musicale con il quale esprimersi. La “nuova” Becky è in costante attesa di approvazione e riunione con ciò che ha perso.

Becky trova finalmente il coraggio di uscire di casa per tornare all’inferno e affrontarlo, con una scena fortemente simbolica in cui è lei ad inseguire la figlia e non più viceversa. Sale nuovamente sul palco trovando nell’unione, nell’aiuto e nell’amore, la forza di essere sé stessa. Perché non importa se siamo stati trascurati, se non abbiamo mai ricevuto quell’aiuto necessario per andare avanti o una voce che ci dicesse che sarebbe andato tutto bene. Per quanto la vita a volte sia buia, per Alex Ross Perry la chiave per la luce è lì davanti i nostri occhi, nell’arte e nell’amore.

“And love is all that I need
And I found it there in your heart
It isn’t too hard to see
We’re in heaven”

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