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High-Rise: un’estenuante riunione condominiale portata sul grande schermo

High-Rise: un’estenuante riunione condominiale portata sul grande schermo My rating: 2 out of 5

All’inizio, High-Rise è intrigante: una sorta di passato-futuro distopico, grattacieli che sembrano usciti da un incubo sovietico, e gli addominali di Tom Hiddleston in primo piano. Peccato che poi non vada oltre. Girato nel 2015 da Ben Wheatley e tratto dal romanzo Il condominio di J. G. Ballard, High-Rise racconta le peripezie del medico Robert Laing, appena trasferitosi in un fantascientifico complesso residenziale e vagamente listato a lutto per la dipartita della sorella – fatto che viene buttato lì all’inizio del film e di cui in seguito non si farà praticamente più menzione, ma tant’è. Ai piani alti la vita è scintillante, lussuosa e snob, mentre più sotto famiglie con troppi bambini tentano disperatamente di far tornare i conti.

Tra un piano e l’altro palestre, piscine, supermercati: tutto ciò che serve per non dover neppure uscire da questo mostro di vetro e cemento che sembra il dito di una mano. Artefice del progetto è l’etereo e misterioso architetto Wilder, naturalmente vestito sempre di bianco, naturalmente con una moglie estrosa e alienata, naturalmente parecchio interessato al nostro Laing. Durante un party esclusivo e riservato ai più abbienti, la corrente dei piani bassi salta: è la goccia che fa traboccare il vaso. Le masse inferocite danno l’assalto agli ultimi piani, il sangue scorre, l’anarchia prende il sopravvento: la rivolta, come recita il sottotitolo italiano.

Raccontato così, High-Rise sembra il tipico film da vedere: ambientazione Sixties, analisi sociologica, riflessioni sul futuro prossimo e pure un cast di tutto rispetto. Oltre al già citato Hiddleston, compaiono nientemeno che Jeremy Irons nei panni del Renzo Piano ascetico, Sienna Miller in quelli della bellona spavalda ma irrisolta, Luke Evans come forcaiolo sconclusionato e, last but not least, Elizabeth Moss, che in quegli anni stava furbescamente raccattando tutto ciò che sapeva di cinema indipendente – ricordate l’altrettanto noioso The Square solo un paio di annetti più tardi?

Eppure, l’esperimento non è riuscito: per tutta la durata dell’opera, che grazie al cielo non è eccessiva, i personaggi sembrano freddi, distanti, asettici. Effetto che può anche essere voluto, ma che alla lunga fa sembrare High-Rise niente più che una sfilata di moda vintage in un’ambientazione modaiola. Il protagonista simpatizza per i più deboli ma preferisce la vita da ricchi, i poveri sono talmente inetti da far pensare che in fondo se lo meritano, gli aristocratici talmente improbabili che potrebbero sembrare una caricatura, se non fosse che sembrano non crederci abbastanza. Sullo sfondo, una violenza che fa il verso a Tarantino, ma senza avere la sua verve. L’analisi sociologica e le riflessioni sulla lotta di classe si perdono in una carrellata di immagini sconclusionate: ottime per un videoclip, un po’ meno per un film. Dulcis in fundo, la storia si chiude con un bambino che ascolta in cuffia un discorso di Margaret Thatcher: originalisssssssssssimo.

Avrebbe potuto essere un capolavoro di fantascienza distopica, un omaggio al genere, o alla peggio una caustica presa in giro delle dinamiche sociali; invece, High-Rise è l’equivalente per fotogrammi di una riunione condominiale: dopo qualche minuto non sai più perché sei finito lì, sei circondato da gente urlante, ti rendi conto che non ti puoi defilare, e finisci per aspettarne, rassegnato, la fine.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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