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Hugo Cabret, ovvero Scorsese e l’amore per il cinema

Hugo Cabret, ovvero Scorsese e l’amore per il cinema My rating: 5 out of 5

Una dedica d’amore al cinema da chi ne ha fatto la propria vita

Quando si pensa a Martin Scorsese e al suo cinema, si pensa sempre a personaggi malavitosi, sangue e drammi. Viene quindi da chiedersi come se la cavi quando si tratta di addolcire. Bene, nel 2011 il regista newyorkese ha deciso di cimentarsi in questa prova, e di regalarci l’ennesima conferma del suo talento: Hugo Cabret.

La trama

Il film racconta delle disavventure del piccolo Hugo (Asa Butterfield), un orfano nella Parigi degli anni ’30, lasciato dallo zio a lavorare alla manutenzione del gigantesco orologio della stazione ferroviaria. Hugo ha perso suo padre (Jude Law) in un incidente, e tutto quel che di lui gli resta è un misterioso automa, alla cui riparazione continua a lavorare, rubando ingranaggi qua e là. Il caso vuole che la sua storia si intrecci con quella di un venditore di giocattoli, un certo George, che si appropria del taccuino contenente gli appunti relativi alla riparazione dell’automa. Questo condurrà Hugo a stringere amicizia con la nipote di George, Isabelle (Chloë Grace Moretz), anch’essa orfana di entrambi i genitori. La ragazza scoprirà di essere in possesso della chiave per azionare l’automa, e deciderà, con Hugo, di indagare sul legame che intercorre tra il di lui padre e suo nonno.

Il cinema e il sogno

Difficile parlarvi di questo film senza rivelarvi che questo famigerato George altri non è che un certo George Méliès, decisosi ad abbandonare il mestiere di cineasta e perfino a darsi per morto a seguito della Grande Guerra e della disillusione da essa portata. L’amore di Hugo per il cinema, per le cose da aggiustare, forse per la stessa necessità di continuare a credere in qualcosa anche quando si rimane soli sarà il motore di questa vicenda, la forza che condurrà verso il lieto fine. 

Le macchine hanno un loro scopo, fanno quello che devono fare. Per questo quando vedo un meccanismo rotto sono triste, non può fare più quello che deve. Forse vale anche per le persone, se perdi il tuo scopo è come se fossi rotto…

“Ho pensato che se tutto il mondo era un’enorme macchina, io non potevo essere in più. Dovevo essere qui per qualche motivo.”

Quindi?

Che Martin Scorsese sia un regista magistrale lo sappiamo tutti, senza discuterne. Ma con questo film, che poteva tranquillamente risolversi in maniera piuttosto banale, fa qualcosa di più dell’essere magistrale: ci mostra il suo cuore. Una dedica al cinema in tutta la sua forza, una dedica all’uomo che ha reso il cinematografo… cinema, diventa per Scorsese una lettera d’amore vera e propria, un promemoria a se stesso e a chi guarda per ricordarsi che la settima arte nasce, e continua ad esistere, per mantenere vivo in noi quello che Hugo rappresenta e quello che Méliès aveva dimenticato: la capacità di abbandonarsi all’immaginazione, al sogno, alla magia che la nostra capacità di emozionarci rappresenta.

E per rincarare la dose, in uno stile che ricorda molto quello de Il meraviglioso mondo di Amelie, Scorsese segue anche le vicende di due coppie che si incontrano quotidianamente in stazione, le quali si risolvono a loro volta dimostrandoci che tutto sta nel ricordarsi di avere un cuore, nel guardare un po’ più in là e scoprire che c’è qualcuno che ha voglia di ascoltare ciò che hai da dire. Specialmente quando sai dirlo con delle immagini su bobina.

La fiaba e la magia

La fiaba

Il gusto cinefilo di Scorsese si sfoga qui in tutta la sua emotività proprio grazie al metacinema: dal rumore del proiettore alle citazioni del cinema delle origini, dalle rappresentazioni fedeli dei prodotti di Méliès alla figura dello stesso cineasta (un Ben Kingsley dotato di una sensibilità oltre misura), un uomo che sente la colpa di aver giocato una vita nella settima arte, che ha paura di aver osato troppo nel credere che la felicità possa non esaurirsi.

Ci offre il pacchetto completo della favola: i cattivi, che sono solo carichi di sofferenza; i bambini, che con la loro freschezza si fanno portavoce dei valori dimenticati dagli adulti; la loro guida (il bibliotecario Labisse, ovvero un adorabile Christopher Lee), che li aiuta nel perseverare nella propria battaglia, e il lieto fine, appunto, da conquistare, ma che vale tutta l’attesa. E di questo pacchetto fa qualcosa che è suo e che è di tutti, un gigantesco grazie al cinema e a chi ce l’ha donato.

“È entrato in una sala buia e su uno schermo bianco ha visto un razzo volare nell’occhio dell’uomo nella Luna. Gli si è conficcato dentro. Ha detto che è stato come vedere i suoi sogni in pieno giorno.”

La magia

Insomma, se il nostro Martin è sicuramente il genio della macchina da presa che si destreggia tra crimini e sangue, tra DiCaprio, Nicholson e De Niro, con Hugo Cabret ci dimostra che sa padroneggiare perfettamente la tenerezza, i bambini, l’atmosfera da fiaba. Ci lascia quindi un film da guardare ogni volta che abbiamo bisogno di ricordarci che il centro di tutta l’arte, cinema e non, sta nel saper sempre dare fiducia alla propria immaginazione, nel ricordarsi che dietro alla bellezza di ogni cosa può sempre esserci un semplice prestigiatore che ha deciso di osare un po’.

E forse, Martin Scorsese è esattamente questo.

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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