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Hunger: il valore dell’esistenza e la potenza espressiva dell’immagine

Hunger: il valore dell’esistenza e la potenza espressiva dell’immagine My rating: 4 out of 5

Cosa succede quando costringi un uomo all’estremo? Estremo in senso lato, inteso come raggiungimento di un limite invalicabile. Probabilmente non esiste una risposta univoca e corretta, ma quella che prova a dare Hunger è il completo smascheramento dell’individuo, il quale mostra (forse) la sua vera natura.

Hunger è il primo film diretto dal regista londinese Steve McQueen, esce nel 2008 anche se in Italia arriva solo nel 2012 quando lo stesso McQueen aveva già realizzato la sua seconda opera cinematografica, ovvero Shame.

La pellicola mostra le situazioni che si presentarono nel corso degli ultimi 4 anni di vita di un membro dell’IRA (Irish Repubblican Army), Bobby Sands, il quale era prigioniero negli H-blocks, ovvero i bracci speciali della prigione Long Kesh, in quel di Belfast. Bobby (Michael Fassbender) e altri carcerati organizzarono 3 proteste contro le pessime condizioni di vita alle quali erano costretti a sottostare e volte a riconquistare lo status di prigioniero politico, negato dal governo Thatcher nel 1981, anno in cui si svolgono le prime sequenze del film. In primis i carcerati realizzano quello definito “sciopero delle coperte“, nel quale si rifiutano di indossare le casacche da carcerati coprendosi solamente con delle coperte appunto. In contemporanea sta avvenendo anche lo “sciopero dello sporco“, il quale prevede imbrattamento dei muri con le feci, rifiuto di lavarsi o radersi, diffusione dell’urina nei corridoi… e infine uno sciopero della fame (che richiama al titolo: hunger=fame) a oltranza nel quale perderanno la vita 10 uomini.

Un muro ricoperto dalle feci dei carcerati

Quello che sorprende maggiormente in Hunger è l’incredibile capacità espressiva che acquisiscono le immagini. Le sequenze dialogiche o minimamente parlate sono ridotte al minimo e riassumibili nella conversazione tra Bobby e il prete repubblicano, per il resto le immagini parlano da sole. Lunghi silenzi, lunghi piani sequenza (vedi proprio quello della conversazione, della durata di 17 minuti), lunghe scene dove vengono mostrati senza esitazione violenza e sofferenza, volti e corpi ridotti allo stremo, persone trascinate con la forza e l’usurpazione dei diritti al limite estremo della sopportazione.

Una capacità di mostrare e comunicare senza il ricorrente uso della parola che lascia a bocca aperta, ma che porta con sé un evidente limite. Difatti risulta difficile, almeno inizialmente, capire approfonditamente cosa sta accadendo nel carcere e perché, ricorrendo alla scelta discutibile di anteporre alle immagini delle didascalie esplicative che fanno da introduzione. Buono ma non sufficiente per entrare completamente nel clima reale della prigione, che così presentata appare come un qualsiasi carcere in cui avvengono molteplici violenze. Inoltre le immagini, per quanto cariche e potenti, non permettono di sviluppare adeguatamente la psicologia, non dico di ogni personaggio, ma perlomeno del protagonista, che ancora una volta viene resa esplicita solo nella conversazione col prete, la quale diviene una sorta di summa del pensiero dei carcerati rivoltosi.

Ma il vero obiettivo di Hunger è un altro. Il film non mira infatti a una critica verso la politica adottata in quegli anni dal Regno Unito nei confronti di coloro che altro non volevano che riunificare Irlanda del Nord e Eire, quanto a una riflessione introspettiva sui limiti umani. La domanda cardine che scaturisce dalle immagini è: fino a che punto è disposto ad arrivare un uomo per coronare il raggiungimento dei suoi ideali? E la risposta arriva netta e precisa: fino alla morte. Bobby Sands diventa l’emblema della forza di volontà e della convinzione, le quali fungono da spinta esistenziale, una spinta più forte delle percosse, più forte dei soprusi, una spinta che proviene dal profondo di noi stessi, dalla fermezza e dalla solidità dei propri ideali che nulla è in grado di corrompere. Ma questo rappresenta l’estremo caso del fondamento umano, il quale è portato all’esasperazione.

Di conseguenza nasce la domanda: esiste qualcuno oggi che sarebbe disposto a un tale sacrificio? Un uomo che si spinge fino alla morte perché crede in qualcosa e perché è convinto, come affermato dallo stesso Sands, che “la libertà significa tutto per me… togliermi la vita non è solo l’unica cosa che posso fare, è anche la sola cosa giusta da fare”, non si trovano di certo tutti i giorni. Nel mondo odierno sono poche, pochissime le persone disposte a esporsi a un tale sacrificio, a una tale resistenza accanita: chiunque afferma di battersi per i propri ideali, ma messo alle strette tende a rinunciarvi. In Hunger, invece, la resistenza diventa motivo stesso di esistenza. Nulla può distogliere Sands dal suo progetto, neanche lo stesso prete, perchè è il suo unico modo di restare umano, lui che è stato privato di ogni umanità e dignità.

Il concetto appare più grande di noi stessi anche al solo pensarlo, ma è quando McQueen riesce a rappresentarlo usando quasi esclusivamente immagini che avviene la realizzazione del capolavoro. Il regista riesce a realizzare un mix inequivocabile di violenza, determinazione e spirito di sacrificio utilizzando ogni sfaccettatura corporale e ambientale a lui accessibile. Nessuna paura di mostrare, nessuna esitazione nel rendere il corpo, il fisico dei carcerati simbolo e rappresentazione di quello che è la vita vissuta all’interno del Maze di Long Kesh. Inquadrature al dettaglio, scelte col calibro che riescono più di qualsiasi parola o spiegazione a trasmettere un senso di malessere che attanaglia lo stomaco e “costringe” lo spettatore a restare incollato allo schermo fino alla fine, nel vero senso della parola.

E VOGLIAMO PARLARE DI FASSBENDER?

Dedico un paragrafo a parte per questo attore incredibile che non ho ancora visto sbagliare un colpo. In Hunger recita divinamente, riuscendo a mantenersi disintegrato nel fisico ma mai nell’animo, attaverso uno sguardo sempre pieno di determinazione e dignità. Sottoposto a un dimagrimento fisico di 20 kg, sembra non rifiutare nulla: si immerge completamente nel personaggio e accompagna così il Fassbender-Sands alla morte, regalando nel finale uno degli sguardi più spettrali e svuotati che potesse mai produrre. UN CAPOLAVORO.

Hunger è quindi pura espressione artistica, un’arte che non si lascia corrompere e impedisce persino a ogni tipo di spiegazione di penetrarla.

Grazie a questa pellicola Steve McQueen, autore successivamente anche del già citato Shame e di 12 anni schiavo, si accaparra il premio alla Camèra d’Or per la miglior opera prima e si presenta così al mondo del cinema. Il suo cinema è fatto di immagine e di potenza espressiva, ma soprattutto è un cinema che si lascia immolare verso un idillio artistico di rara intensità.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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