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Il bell’Antonio, una questione di virilità nella Sicilia anni ’60

Il bell’Antonio, una questione di virilità nella Sicilia anni ’60 My rating: 4 out of 5

Signore e signori, il 28 settembre ricorreva il compleanno dell’attore italiano per antonomasia (nonché mio uomo dei sogni ma non voglio dilungarmi sui numerosi perché – che poi, non sono ovvi?), Marcello Mastroianni.

Non dovrebbe diventare festa nazionale? Presidente Mattarella, ci pensi.

Pur avendolo amato in praticamente tutte le pellicole in cui incarna il tombeur des femmes (e quale donna resisterebbe a quel sorriso sornione?) di Marcello amo la versatilità e, specialmente, il suo rifiuto dell’etichetta di tombeur, appunto.

Ho quindi scelto di recensire il film con cui il Nostro cerca di controbattere la nomea di sciupafemmine – senza riuscirci, perché se uno è figo rimane figo – Il bell’Antonio (1960).

Catania, 1960: Antonio Magnano/Marcello Mastroianni, terminati gli studi a Roma, torna dalla sua famiglia, molto conosciuta nel jet setcittadino. Bello e raffinato, fa strage di cuori: a una festa gli viene mostrata dal cugino la foto di Barbara Puglisi/Claudia Cardinale, figlia di un celebre notaio, di cui s’innamora a prima vista.

Le due famiglie organizzano quindi il matrimonio, da cui entrambe si aspettano reciproci benefici, economici e sociali. La coppia sembra ben assortita e innamorata: a un anno dalle nozze però la mogliettina è ancora illibata, con grande scandalo per i Magnano, di cui è nota l’esuberante virilità.

Antonio viene piantato da Barbara che, in seguito all’annullamento del matrimonio in quanto mai consumato, sposa un altro. Intanto, nonostante i disperati tentativi di Alfio Magnano/Pierre Brasseur di salvare l’onore familiare, l’etichetta di impotente grava sul capo di Antonio come un’ineluttabile scure.

Il bell’Antonio, diretto da Mauro Bolognini, è basato sul romanzo omonimo di Vitaliano Brancati, che, essendo deceduto nel 1954, non ha avuto voce in capitolo sulla trasposizione cinematografica di quello che la critica considera il suo miglior lavoro.

Il regista si prende non poche libertà rispetto al romanzo, intanto posponendo l’ambientazione agli anni ’60, mentre Brancati ritrae la Sicilia fascista, dileggiandone l’esasperato gallismo (termine coniato dall’autore stesso – ricordo che dopo un momento di forte esaltazione, egli prese più o meno dichiaratamente le distanze dal regime).

Nonostante le modifiche apportate, Il bell’Antonio mantiene comunque il proponimento primario del romanzo: mettere in ridicolo la società siciliana, i suoi fragili valori, la sua ipocrisia nell’accettare cordialmente determinati comportamenti (corruzione, omertà) e nel condannarne altri che possano anche solo minimamente intaccare l’italico orgoglio virile.

Il personaggio che meglio incarna queste contraddizioni è sicuramente Alfio Magnano, magistralmente interpretato da Brasseur, il capofamiglia che tenta disperatamente di tenere alto l’onore della sua schiatta andando a prostitute e imponendo al figlio un modello comportamentale che oggigiorno non esiteremmo a definire maschilista.

E Barbara? Barbara, l’angelo che avrebbe potuto (e dovuto) risvegliare gli ardori lombari, per citare Franca Leosini, del bello e tormentato Antonio.

Barbara, dall’indecifrabile espressione tranquilla, che si rassegna ad un matrimonio “bianco” ma che alla fine, pressata dalla famiglia sì ma anche dalla prospettiva di un altro marito, ricco e possibilmente capace di adempiere ai doveri coniugali, non esita a rispedire il Magnano a casa sua.

Bella, sottomessa, apparentemente un agnellino: è bravissima la Cardinale nel dare il volto a questa Beatrice dantesca mancata, che anzi diventa crudele (e opportunista) come la Lesbia di Catullo.

E poi c’è lui, Marcello… Il suo è un Antonio cupo, fragile. Perdutamente innamorato della moglie, non riuscendo a soddisfarla sessualmente, accetta passivamente le decisioni di Barbara, della famiglia di lei, del padre, degli amici.

Non senza soffrire, anzi, piange come un vitello per metà del film: l’essere additato come mezzo uomo ne inibisce qualsiasi slancio d’orgoglio. Con la sua amara ironia deride il superomismo imperante che lo circonda ma non è abbastanza forte dal superare i propri deficit.

Il bell’Antonio si chiude con un finale tragicomico (che non vi spoilero ovviamente), in linea con il suo essere un film satirico, pur essendo ricco di accenti fortemente drammatici: è un affresco dell’Italia degli anni Sessanta, sì, ma i temi che esso affronta sono, ahimè, senza tempo.

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Pontifico dal 1990. La mia idea di sport è una maratona di film o di serie TV: amo il cinema drammatico, i gialli e la Disney. Sono una lettrice onnivora ed insaziabile. Ascolto musica di ogni genere ma soffro di Beatlesmania acuta. Mi piacciono gli spoiler. Tento di mettere a frutto la laurea in Lettere. Il mio sex-symbol di riferimento è Alberto Angela.

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