Old Movies

Il concerto: quando le parole non bastano, abbiamo la musica

Si può spiegare cosa ci dia la musica?

De Il concerto sapevo solo due cose: che mio padre mi aveva preparata a piangere e che il nome del regista era impronunciabile. Tuttavia c’era un tempo in cui Netflix non mi rapiva con le serie TV, e dunque il bisogno di film vinceva qualsiasi forma di diffidenza, anche di fronte a “regia di Radu Mihăilenau”.

E per fortuna, aggiungerei.

Di che parla dunque questo film?

Al di là di quanto suggerito dal titolo, la premessa è la seguente: un ex direttore d’orchestra lavora come inserviente al Bolshoi, celebre teatro russo. Sogna il ritorno sulla scena, e soffre osservando i nuovi e superficiali musicisti. Un giorno, l’uomo intercetta per sbaglio un fax che richiede l’orchestra del Bolshoi a Parigi, e decide di tornare alla ribalta portando la sua vecchia orchestra al posto della nuova, all’insaputa ovviamente del direttore del teatro.

Piccolissimo particolare: tutti gli ex musicisti sono degli squattrinati, ubriaconi, attaccabrighe, cafoni, materialisti, chi più ne ha più ne metta. Starà all’ex direttore d’orchestra, Andreij, riuscire a riunirli e portarli a Parigi, con tutti gli intoppi economici e non del caso.

Come? Il come riguarda innanzitutto la prima violinista francese che Andreij insiste nell’avere. Si tratta di Anne-Marie Jacquet, che nell’ambiente è una vera e propria celebrità, la quale però è nota per una peculiarità: la ragazza non suona mai Tchaikovskij. Qui l’ulteriore intoppo: Andreij, non importa come, vuole suonare proprio il concerto per violino e orchestra realizzato da questo compositore.

E alla fine?

Come e se vi riesca e cosa accada in mezzo, dopo e soprattutto durante, lo lascio vedere a voi. Non solo infatti rovinerei il finale spoilerandovelo, ma non esistono parole per descrivervelo. Questo è, d’altronde, il messaggio che Il concerto porta, un messaggio che generazioni e generazioni di musica – e arte in generale – ci hanno dimostrato. Certe volte le parole non bastano, o addirittura, non servono.

Lode a Mihăilenau

Avrà anche un nome impronunciabile, ma a seguito de Il concerto mi sono incuriosita e ho guardato altri due film: il più noto Train de Vie e La sorgente dell’amore. La conferma che ho ottenuto, già intuita alla prima visione, è che il regista ha la straordinaria dote di trattare contenuti complessi e delicatissimi, spesso anche a livello politico e sociale, ma mescolandoli a un tono da commedia rocambolesca, di quella dai toni spigliati e a tratti pure un po’ volgari. Di quella che tira fuori l’amore in ogni forma, mai diabetica, ma piuttosto tenera e capace di smorzare i toni di qualsiasi dramma, pur mantenendone l’importanza intatta e ben chiara.

Quello che succede ne Il concerto è proprio questo: l’orchestra di Andreij ha visto la fine dei suoi giorni a causa del Regime comunista. Di più: tutte le difficoltà dei personaggi protagonisti – sempre esilaranti e disastrati, ma coraggiosissimi – dipendono dal comunismo. Ma quel comunismo e quell’odio appartengono a una politica da cui loro si chiamano fuori, o imparano a chiamarsene, in nome di un bene superiore, un bene fatto di arte e di musica, che li rende consci di una nobiltà che prescinde da ogni cosa e vale tutto, anche un rischio come quello da loro intrapreso.

L’orchestra è un mondo! Ognuno contribuisce con il proprio strumento, con il proprio talento. Per il tempo di un concerto siamo tutti uniti, e suoniamo insieme, nella speranza di arrivare ad un suono magico: l’armonia. Questo è il vero comunismo. Per il tempo di un concerto.

E le lacrime?

Vi dicevo che la prima cosa che sapevo era proprio che avrei pianto. Per scrivere questa recensione ho ultimato la quarta o quinta visione de Il concerto, e ho pianto ancora, come la prima volta. Non fraintendetemi, però, nessuna tragedia, nessun motivo esatto per cui piangere: si tratta semplicemente di quei pianti rari e da film ben fatto, quelle lacrime che vengono giù prima di rendersene conto, quelle dettate dall’intensità.

Quello che mi faccio ogni volta che guardo questo film dunque, è un pianto di cui non provo vergogna. No, perché è il pianto di cui il film parla, il finale parla, quello per cui quanto c’è la passione per quello che si fa, l’unione di intenti e di coraggio per un solo fine, non ci sono parole, ma ci sono emozioni, comprensioni, affinità, perdono. Forse solo per il tempo di un concerto, ma quel tempo vale tanto, e questo film, davvero, lo sa regalare.

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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