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Il declino dell’impero americano: humour, supponenza e un sacco di parole

Il declino dell’impero americano: humour, supponenza e un sacco di parole My rating: 3 out of 5

Tranquilli, questo non è un film politicamente impegnato né un mattone socioantropologico né un documentario alla Michael Moore più sensazionalistico che bello. Il declino dell’impero americano è piuttosto un esercizio di stile, una cosa un po’ alla Woody Allen, ma se possibile ancora più autoreferenziale e con ancora più cascate di parole: lo amerete o lo odierete, ma non potrà lasciarvi indifferenti. Io, da brava radical chic in erba, faccio parte della prima categoria. Girato nel 1986 da Denys Arcand, presentato a Cannes e a rischio Oscar nello stesso anno, Il declino dell’impero americano non è ambientato negli States, bensì in un meravigliosamente autunnale Québec: e da perfetto stereotipo del canadese medio, i protagonisti guardano ai loro vicini di casa con un delizioso mix di pietà e complesso di superiorità.

Un gruppo di intellettuali dell’alta borghesia, per la maggior parte professionisti universitari, decide di trascorrere insieme un weekend in campagna: gli uomini (Pierre Curzi, Rémi Girard, Yves Jacques, Daniel Brière) passano la giornata a cucinare, le donne (Dominique Michel, Dorothée Berryman, Louise Portal, Geneviève Rioux) in palestra – sempre detto che su un sacco di cose da quelle parti sono più avanti di noi da decenni. Alcuni sono sposati, altri convivono, altri ancora sono solo amici, tutti sono andati a letto con tutti; e naturalmente, fino al momento della cena tutti parlano di sesso. In modo goliardico, ma tenendoci sempre a sottolineare che il loro milieu non è certo quello dei plebei; per loro, il sesso è arte. Tant’è che una delle fantasie di uno dei nostri intellò è quello di andare a letto con Susan Sontag, e cosa c’è di più spocchioso e geniale di un’affermazione del genere? E Il declino dell’impero americano non è che la previsione di una delle professoresse per l’immediato futuro: edonismo, ricerca della felicità personale a ogni costo, decadentismo, altro non sono che i segnali dell’imminente caduta. Tutte cose già dette e stradette, ma che negli Anni Ottanta erano avanguardia pura.

E dunque: tutti liberal, tutti apertissimi, tutti uomini e donne di mondo; finché non ci si ritrova per la tanto agognata cena, e allora si scopre più di un altarino. Perché per quanto colti, ironici e raffinati, in fondo nessuno di noi è troppo disposto ad accettare un tradimento, o anche solo un punto di vista diverso dal suo.

Il declino dell’impero americano è un film di dialoghi: serrati, irriverenti, sboccati, compiacenti. Riesce ad alternare un’amarezza di fondo a vette di ironica genialità – una su tutte, chiacchierare di millenarismo con una studentessa di storia in una casa chiusa. Un The Party ante litteram, per certi versi: quanto siamo disposti a far entrare i nostri meravigliosi principi libertari e arcobaleno nella nostra vita reale? Spoiler: pochino, o comunque meno di quanto crediamo. Perché per quanto ce la raccontiamo, per quanto ci sentiamo menti illuminate, in fondo siamo solo dei piccolo-borghesi che smaniano per la villetta a schiera con giardino annesso.

Il declino dell’impero americano è da vedere per riassaporare l’ottimismo e le atmosfere di quel decennio, e per sentirsi incredibilmente brillanti nell’ascoltare certi scambi. Manco li aveste scritti voi, poi.

 

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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