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Il dottor Dolittle, o di ricordi d’infanzia che dovrebbero restare tali

Il dottor Dolittle, o di ricordi d’infanzia che dovrebbero restare tali My rating: 3 out of 5

Quello di cui vi parlerò oggi è uno dei capisaldi dell’infanzia, il film su cui ogni quasi-trentenne si è macerato sperando di acquisire anche lui un giorno quei superpoteri, un’aspettativa in confronto alla quale l’attesa della lettera da Hogwarts è acqua fresca. Qualche indizio: siamo nei fantasmagorici Anni Novanta, 1998 per essere esatti, il protagonista è il volto della commedia americana per eccellenza dell’epoca, e ci sono degli animali che parlano. O meglio, gli animali fanno ciò che hanno sempre fatto – abbaiano, miagolano, nitriscono –, ma il nostro amico riesce a capire cosa si dicono. Signore e signori, ecco a voi Il dottor Dolittle, capolavoro insuperato di Betty Thomas alla regia e Eddie Murphy davanti alla telecamera.

Oddio, capolavoro: per una bambina di otto anni, forse. Ricordo che andai a vederlo con una zia a una proiezione pomeridiana, e la costrinsi a restare dentro anche per il secondo spettacolo tanto mi era piaciuto, roba che manco la maratona de Il Padrino. Poi gli anni passarono, e nella mia mente Il dottor Dolittle era diventato un ricordo sbiadito e adorabile, il cinema per l’infanzia per antonomasia, una pietra miliare di ogni epopea formativa che si rispetti. Ecco, forse certe cose sarebbe meglio restassero così: reminiscenze dalla dubbia autenticità, ma estremamente confortanti. E invece.

Complice una serata di pioggia che faceva seguito a una faticosissima giornata lavorativa, mi sono ritrovata a fare zapping in tv, altra cosa molto Anni Novanta ed ormai desueta, ma assai riposante nei momenti di scoramento. E a un tratto eccolo lì: Eddie Murphy, alias appunto Il dottor Dolittle, che dopo un quasi incidente con un cane randagio sente l’adorabile bestiola insultarlo con un accento da Garbatella. Entusiasta, mi sono data alla visione, pensando che se ai tempi ero rimasta chiusa in un cinema mezza giornata per vederlo e rivederlo doveva valerne la pena.

Che dire: beata innocenza. Non dimentichiamolo: eravamo appena prima del nuovo millennio, i film con animali o neonati parlanti andavano fortissimo, e probabilmente la tecnologia utilizzata era qualcosa all’avanguardia per quei tempi. Riguardare Il dottor Dolittle superata la doppia cifra anagrafica è un po’ come il piercing all’ombelico: dopo una certa età, diventa imbarazzante. La trama in breve per tutti coloro che hanno vissuto in un altro pianeta: Eddie Murphy da piccolo era in grado di parlare con gli animali, la sua provincialissima famiglia non la prende benissimo e gli fa fare un esorcismo, Eddie perde i superpoteri e diventa uno stimato medico a San Francisco, finché una sera succede quanto sopra. Eddie adotta il cane, la voce si sparge tra i quadrupedi della città, Eddie viene ricoverato in un ospedale psichiatrico ma non demorde, anzi si prodiga con le cure a una tigre depressa, happy ending d’obbligo.

Raccontato così, Il dottor Dolittle potrebbe essere un innocuo film per bambini più che il capolavoro che ricordavo con cotanto affetto. A ciò bisogna però aggiungere un problema non da poco: il doppiaggio in italiano. Nel 1998 “the cat is on the table” era il massimo dell’inglese che riuscivo a capire, e per di più in una cittadina della Bassa Padana i film in lingua originale erano eufemisticamente visti con sospetto. Ebbene: gli animali sono doppiati con tutti gli accenti della penisola, creando un agghiacciante effetto a metà fra il cinepanettone, Domenica In e la sagra di paese. Le battute poi sono degne del miglior Boldi – De Sica: scoregge, blande allusioni sessuali, e una colata finale di buoni sentimenti ad ammansire tutti quanti.

Una cosa però devo ammetterla: Il dottor Dolittle fa ridere. Anche a trent’anni. Sia chiaro: è una comicità bassa, di pancia, senza pretese. Sarà che se a pronunciare certe cose è un criceto anziché un essere umano siamo più inclini al riso, chissà. E piccola chicca: a una certa compare nientemeno che Paul Giamatti nel ruolo dell’ex compagno di università invidioso. Cosa non si fa per campare.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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