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Il Gattopardo, una lezione di Storia Patria firmata Luchino Visconti

Il Gattopardo, una lezione di Storia Patria firmata Luchino Visconti My rating: 4 out of 5

Ci sono film che abbiamo visto tutti, o di cui conosciamo almeno le scene più significative, sia perché ce li hanno fatti vedere a scuola, o perché i documentari degli Angela ne utilizzano spezzoni.

Il Gattopardo di Luchino Visconti (1963) è sicuramente una di queste pellicole: nessuno può dire di non avere presente almeno la scena del ballo, in cui Burt Lancaster e Claudia Cardinale volteggiano sorridenti tra pizzi e crinoline, davanti a nobilastri inaciditi e pettegoli.

Io, nello specifico, devo averlo visto all’incirca cento volte, dato che mio nonno me l’imponeva con una frequenza notevole per una bambina di dieci anni che avrebbe preferito una puntata di Rossana.

Quest’articolo è quindi dedicato a te, nonno. Riguarderei quella VHS consumata fino alla nausea, se servisse a riportarti indietro.

1860: Garibaldi è sbarcato in Sicilia e si appresta a conquistare Palermo.

Il principe di Salina/Burt Lancaster, esponente di spicco di quell’aristocrazia che assiste con terrore al processo di unificazione, comprende invece che per sopravvivere dovrà adattarsi alla situazione, per poter salvare i propri privilegi.

Il principe è così lungimirante dall’arrivare ad appoggiare il nipote Tancredi/Alain Delon che, divenuto Giubba Rossa, s’innamora e vuole sposare Angelica/Claudia Cardinale, figlia del rozzo ma ricco sindaco: è la vittoria di una nuova classe dirigente, la borghesia.

Su Il Gattopardo è stato scritto di tutto, non sarò certo io, novella Arcangela Gabriela, a diffondere un nuovo Verbo a riguardo: amando molto il film storico e in costume mi sorprendo sempre di quanto questa pellicola sia sì un tripudio di abiti spettacolari e di bellezza (ma li avete visti Delon e la Cardinale, cazzo?), ma anche di come Visconti sia riuscito ad esaltare la vicenda senza che la forma e l’attenzione al dettaglio ne offuschino il messaggio.

Ogni battuta, ogni brano della colonna sonora (firmata Nino Rota, mica pizzi e fichi), perfino ogni costume sono funzionali alla trama, che ruota intorno all’arrivo dei garibaldini al Sud, ok, ma si concentra sempre sul punto di vista del protagonista, disincantato portavoce di un mondo che sta per finire.

Il tutto è riassunto dalla celeberrima frase di Tancredi allo zio, che annuisce: «Dobbiamo cambiare tutto affinchè non cambi niente». 

Spiegare il Risorgimento e l’Unità non è facile, e se esiste un partito chiamato Lega che per anni ha fatto della Secessione del Nord una bandiera, mi rendo conto che film come Il Gattopardo sono essenziali per la formazione di italiani consapevoli.

Riguardandolo adesso non con gli occhi di un’allieva annoiata ma con quelli di un’insegnante di allievi molto annoiati, capisco perché mio nonno e il prof. di Storia del liceo hanno ritenuto importante farmi vedere questo film: fregala con la trama, i costumi, la storia d’amore, Delon e vedi che magari impara qualcosa.  

 

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Pontifico dal 1990. La mia idea di sport è una maratona di film o di serie TV: amo il cinema drammatico, i gialli e la Disney. Sono una lettrice onnivora ed insaziabile. Ascolto musica di ogni genere ma soffro di Beatlesmania acuta. Mi piacciono gli spoiler. Tento di mettere a frutto la laurea in Lettere. Il mio sex-symbol di riferimento è Alberto Angela.

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