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Il quinto elemento: un magnifico delirio

Il quinto elemento: un magnifico delirio My rating: 4 out of 5

Premessa: la recensione contiene spoilerz quindi, se non avete visto il film, state alla larga che non voglio morti sulla coscienza. Grazie per l’attenzione.

Un esemplare di Bruce Willis selvatico in tutta la sua magnificente brucewillisaggine

Considerato da alcuni lo “Steven Spielberg francese”, Luc Besson è un regista che, pur avendo all’attivo diversi successi, non si può dire sia stato sempre costante sul fattore qualità. Il quinto elemento, per quanto mi riguarda, apre, sì, al declino artistico del suo autore, ma chiude una tripletta di cult (composta dagli indimenticabili Nikita e Leòn) che spero nessuno sia così folle da contestare.

Mettiamo in chiaro una cosa: questa pellicola del 1997 è l’anticristo dell’originalità, e non vi è nulla nelle sue quasi due ore e mezza che non si sia visto in altre opere sci-fi a lei precedente. Eppure è un racconto che gioca bene le sue carte, confezionando un distinto prodotto di ironia e ottima recitazione in un contesto futuribile che lancia un messaggio etico molto significativo.

Il tramone

Il film si apre nel 1914, in Egitto, dove uno studioso di archeologia tenta di sciogliere l’enigma di un misterioso geroglifico legato ai quattro elementi cosmogonici che accenna all’esistenza di un quinto, l’unico in grado di fermare una forza oscura che si ripresenta ciclicamente ogni 5000 anni per distruggere le forme di vita che abitano l’Universo. A questo punto, nel tempio egizio irrompe un gruppo di misteriosi alieni Mondoshawn a rubare i geroglifici, e la narrazione si sposta a tre secoli più tardi, nel 2263.

Il male si è risvegliato sottoforma di una gigantesca sfera nera e sta per attaccare la Terra, ed inutili sono i tentativi delle forze governative di fermarlo. Nel frattempo i Mondoshawan stanno tornando per riportare sulla terra le pietre degli elementi ma subiscono l’attacco dei Mangalores, mercenari intergalattici. Delle pietre nessuna notizia, e tutto ciò che si è salvato dal disastro sono le cellule di un misterioso organismo. Gli umani riescono a clonare l’essere, il quale si rivela una bellissima ragazza (Milla Jovovich). Costei, altro non è che il quinto elemento, ma si fa chiamare semplicemente “Leeloo“. Una volta fuggita rocambolescamente dal laboratorio, la giovane aliena si mette alla ricerca del prete Vito Cornelius (Ian Holm), colui a cui è stato tramandato il sapere sulle pietre e sull’essere supremo. Nella ricerca, la donna si imbatte pure in Korben Dallas (Bruce Willis), un veterano dei marines divenuto un tassista svampito.

I due riescono a trovare Cornelius, e scoprono che le pietre sono state consegnate dai Mondoshawan ad una cantante lirica che terrà sull’astronave da crociera Fholston Paradise un concerto. Korben e Leeloo partono per recuperare le preziose pietre, ma dovranno fare i conti, oltre che con i Mangalores, anche con Zorg (Gary Oldman), un trafficante d’arte guerrafondaio in combutta col male supremo.

Tirannia dello sguardo

Il fervore di un visionario

Mettere in mano una tale space-opera densa e complessa (forse troppo) a un regista con meno polso, avrebbe significato portare il progetto al totale naufragio. Besson, a maggior ragione, è stato bravissimo a non perdersi nell’ampia galleria di eventi e personaggi, e il tutto viene portato a compimento con brio, ritmo serrato e soprattutto volontà di non prendersi troppo sul serio.

Le caratterizzazioni dei protagonisti, così come quelle delle figure secondarie, possono apparire sacrificate in fase di scrittura a favore del senso di avventura, ma in realtà è proprio grazie alle loro azioni e alle frizzanti battute scritte da Besson che i caratteri vengono delineati, con il felice risultato di una buona empatia dello spettatore nei confronti di ognuno di loro (Zorg di Oldman è senza ombra di dubbio uno dei villain più simpaticamente patetici mai visti su una produzione di questo livello e genere).

Registicamente, il cineasta parigino dà tutto il meglio di sé: le oltre due ore di proiezione scorrono via senza intoppi fondendo con inventiva il divertimento dei mille momenti tragicomici alle fantastiche scene d’azione che ci passano davanti agli occhi. Non mancano gli spiegoni atti a chiarire la trama qualora potesse diventare troppo oscura per tutti gli spettatori non abituati a masticare la fantascienza, ma niente di grave o eccessivamente verboso.

Il trionfo della “memorabilità”

Quanto lo avranno pagato per accettare di farsi pettinare in quel modo?

Sbalorditivi gli effetti speciali, visto l’anno di uscita della pellicola. Le macchine volanti, i dettagli di una New York cyberpunk completamente agli antipodi (per atmosfere, si intende) con la Los Angeles di Blade Runner, la sequenza della clonazione di Leeloo… queste sono solo alcune delle sequenze visivamente entusiasmanti della pellicola. Pure il finale è ben studiato sul fronte spettacolare, sebbene il tema dell’umanità in grado di distruggere la bellezza del mondo e della natura (umana ma non solo) sia affrontato di petto in un modo forse troppo banale e zuccheroso.

L’impatto scenico è portentoso anche nella raffigurazione dello spazio, con vedute interstellari e planetarie superbe, e molto è dovuto alla notevole fotografia, piena di colori accesi, perfettamente in linea col tono eccentrico dell’opera.

Inserire un momento musical fine a sé stesso, senza farlo apparire forzato. Lo stai facendo bene.

Il cast è un altro motivo per cui Il quinto elemento è memorabile: Oldman, dopo Leon, delizia con un altro cattivo pieno di sfumature irresistibili, e la sua esplosiva dipartita è un vero dispiacere per lo spettatore; Willis regala l’ennesima interpretazione di qualità tutta muscolo e battute tamarre, e la parte gli calza da Dio. Poco da dire sulla Jovovich, qui al suo esordio: bella da infarto, atletica e capace di alternare egregiamente ingenuità bambinesca con cazzutaggine. Sempre un piacere ritrovarsi Ian “Bilbo Baggins” Holm sullo schermo, qui impegnato a scimmiottare meravigliosamente gli jedi di George Lucas.

A questo aggiungiamo colpi di scena perfetti e inanellati al momento giusto e una colonna sonora funzionale e mai fuori posto (la sequenza del concerto è strepitosa), e otteniamo un vortice visivo ed emotivo di altissimo livello, adrenalinico, palpitante e gagliardo come solo i film di Besson sapevano essere.

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Classe 1996. Studente di lettere moderne a tempo perso con il gusto per tutto ciò che è macabro. Tenta di trasformare la sua passione per la scrittura e per il cinema in professione.

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