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Old Movies

Lo chiamavano mockumentary: Io sono qui

Lo chiamavano mockumentary: Io sono qui My rating: 4.5 out of 5

Quattro e mezzo, sì, quattro e mezzo, fanculo. Non metto cinque solo per camuffare un secondo la mia bava alla bocca. E mollatemi, che sotto quattro e mezzo per Io sono qui non scendo. Sistematevi per bene intorno al fuoco, miei giocosi e spietati lettori, che vi racconto una storia. La storia del progetto metacinematografico più originale e irriverente che io abbia mai visto.

Siamo alla fine del 2008-primissimi botti del 2009: Joaquin Phoenix è all’apice della sua carriera. Enfant-prodige, interprete solido e intenso, antidivo discreto, sex-symbol atipico, diventato riconoscibile al grande pubblico nei panni di quel figlio di buona donna di Commodo nel Gladiatore. Nel 2005 il suo indimenticabile Johnny Cash in Walk the Line (in Italia Quando l’amore brucia l’anima, e aggiungerei, bioparco) ha fatto rizzare i peli delle braccia anche ai critici più mestruati, costretti una volta per tutte a imparare lo spelling corretto del suo nome di merda.

Di punto in bianco però Joaquin perde apparentemente la testa. Si fa tutta la promozione di Two Lovers con la barba sempre più lunga e in stato semi confusionale (avendo visto Two Lovers, lì per lì non mi sentivo di biasimarlo: anch’io farei uso di droghe pesanti se dovessi girare i salotti televisivi a parlare di quella sbobba). Si presenta da Letterman completamente muto. Smette evidentemente di lavarsi. Ingrassa a schifo diventando – dal maschio amaro stritolatube che era – il gemellino sporco e dislessico di Stanley Kubrick.

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E poi, il botto: l’annuncio del ritiro dalle scene. “Non voglio più recitare, ciao, mi fate cacà. Da adesso faccio il rapper.” Già. Il rapper. Qualcuno ha dimenticato di prendere le sue goccine?, è quello che ci chiediamo tutti.

Si sente da lontano puzza di bruciato, ma la pagliacciata va avanti talmente a lungo che quasi, per un orribile momento, ci crediamo: ce lo siamo giocato per sempre. Un’altra vittima di un cristallo tagliato male pronta a ritirarsi nel deserto, creare una setta e sterminare famiglie, RIP Joaquin.

Durante quel surreale 2009 Joaquin le fa tutte: pubbliche figure di merda, risse, imbarazzanti live improvvisati e tentativi sempre più rocamboleschi di farsi un nome nella scena hip hop. Dopo più di un anno, finalmente, la verità: stavamo a scherzà, regà.

L’intera montatura è servita a realizzare Io sono qui, un mockumentary girato da Casey Affleck e ideato da lui e Joaquin probabilmente durante un doposbronza. “Ehi, perché non fai finta di ritirarti dalle scene e di voler fare rap?” – “Ah, figo, la tiriamo avanti un mesetto?” – “No, pensavo più a un anno e mezzo. E non devi mai uscire dal personaggio, nemmeno per andare a pisciare” – “Bella lee. Ora però falla girare.”

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Il prodotto finale è un gioiello. Un film-candid-reality con una vena comica e surreale potentissima (indimenticabili le reazioni alle mattane di J.P. degli special guest, come P. Diddy, Jack Nicholson, Ben Stiller, Bruce Willis… alcuni mangiano la foglia e stanno al gioco, altri sembrano sinceramente trollati e all’oscuro di tutto) che riesce ad essere contemporaneamente anche una delle riflessioni sull’arte, e sul tritacarne osceno della celebrità, più amare e drammatiche mai portate sullo schermo.

D’altronde, Joaquin a questo proposito deve averci qualche sassolino nella scarpa. Diciamo pure un menhir, ben conficcato nella suola in gomma dell’infradito. Immaginate di avere 19 anni e di uscire per locali con vostro fratello, una sera come tante. Una sera che si candida immediatamente a diventare la notte peggiore della vostra vita quando vedete vostro fratello collassare. Immaginate di chiamare l’ambulanza, in lacrime, perché vostro fratello improvvisamente non respira (e non riprenderà a respirare. River Phoenix, 1970-1993, RIP). Immaginate che quella telefonata ai soccorsi, registrata nel momento più orrendo della vostra vita, il giorno dopo venga fatta ascoltare al mondo intero perché siete personaggi pubblici, quindi non sono solo cazzi vostri, anche se siete poco più che ragazzini e avete appena subito un lutto terribile.

Come minimo non vedreste l’ora di organizzare la più grande presa per il culo mediatica ai danni di tutto il sistema che vi ha fatto sentire uno schifo. E tirarla avanti per un anno e mezzo, senza alcun rispetto per il circo di produzioni televisive, promozioni, fan, giornalisti. E io sarei dalla vostra parte, a spada sguainata. E vi metterei quattro stelle e mezzo su TheMacGuffin.

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Concludo solo raccontandovi un simpatico aneddoto personale, giusto per mettermi un po’ in ridicolo ai vostri occhi. Correva l’anno del Signore 2010. Io ero al festival del cinema di Venezia, come sempre. I’m Still Here era presentato in anteprima mondiale, e la vostra eroina era presente al cinema. Joaquin Phoenix, apparentemente, no: niente red carpet, niente applauso in Sala Grande, niente posticino accanto a Casey Affleck. Si spengono le luci, comincia il film. Io ero miracolosamente seduta in galleria. Quando arriva la scena delle mignotte, il mio vicino di dietro comincia a ridere rumorosamente, a grugniti. Sopporto per un po’ credendo sia Tarantino, che notoriamente ride così. Poi, vinta dalla signorina Rottermeir che è in me, mi volto con studiata e minacciosa lentezza, e metto a fuoco il disturbatore cercando di assumere un’espressione severa e colpevolizzante.

Beh, che ci crediate o meno, era proprio Joaquin Phoenix. Mi piacerebbe raccontarvi quella dell’uva e dirvi che non si è nemmeno accorto della mia vistosa manovra da cinefila indispettita della penultima fila galleria centrali, ma la verità è che mi ha intercettata clamorosamente e mi ha scoccato un radioso sorriso innocente. La poltrona a quel punto mi ha pietosamente inghiottita, e me ne sono rimasta ben nascosta nel mio mantellino di umiliazione per il resto della proiezione.

Ho imparato un’importante lezione quella sera: mai rimproverare con lo sguardo il vicino di posto rumoroso al festival del cinema. Che poi va a finire che vi augurate di non essere mai nati.

Article written by:

Sara Boero

Sua madre dice che è nata nel 1985, a lei sembrano passati secoli. Scrive da quando sa toccarsi la punta del naso con la lingua e poco dopo si è accorta di amare il cinema. È feticista di Tarantino almeno quanto Tarantino dei piedi. Non guardatele mai dentro la borsa, e potrete continuare a coltivare l'illusione che sia una persona pignola.

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