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Into The Wild: l’importanza di sentirsi forti

Into The Wild: l’importanza di sentirsi forti My rating: 4.5 out of 5

…E quanto importi nella vita non già di essere forti, ma di sentirsi forti. Di essersi misurati almeno una volta, di essersi trovati almeno una volta nella condizione umana più antica, soli davanti alla pietra cieca e sorda, senza altri aiuti che le proprie mani e la propria testa.

Questa frase mi è rimasta scolpita nella mente fin dalla prima volta che ho visto Into The Wild, meraviglioso film on the road di Sean Penn uscito ormai ben nove anni fa. Ora, voi non mi conoscete, ma sento già le risate dei miei amatissimi amici.

Eh sì, perché io sono in grado ad esempio di andare a Londra e perdere il biglietto della metro dopo meno di mezz’ora, oppure di perdere la carta d’imbarco in areoporto durante il rientro. Questo per farvi capire che io, molto probabilmente, nella condizione umana più antica durerei sì e no 3 giorni.

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Il buon Christopher McCandless invece, dalla cui vita è stato tratto prima il libro e poi il film di Into The Wild, in quella condizione ci è stato per ben due anni. Appena laureato con una media di ommioddio e proveniente da una famiglia che usava i biglietti da 500 come fazzoletti, Chris decide di abbandonare improvvisamente i propri cari e uno stile di vita che lui riteneva falso, ipocrita e vuoto per imbarcarsi in un solitario viaggio attraverso l’America che lo condurrà nel cuore delle terre selvagge dell’Alaska, in modo da disintossicarsi da una società che a detta sua opprime e imprigiona l’animo avventuroso dell’uomo. Solo, a piedi, senza un soldo. A 22 anni.

Non so voi, ma solo a pensarci io mi sento veramente una merdina di cane spappolata sull’asfalto. Perché, dentro di me, darei di tutto per avere un coraggio anche solo lontanamente paragonabile. Chris è l’emblema di ciò che vorrei avere le palle di essere, ma che molto probabilmente non riuscirò mai a diventare. E quindi, sotto sotto, mi ritrovo a rosicare.

Perché fin da piccolo ho sempre amato l’idea di allontanarmi dalla civiltà, per perdermi fra la natura e le montagne, con solo il paesaggio a farmi da compagnia. Ed Into The Wild mi ha sempre affascinato in maniera così travolgente proprio perché è l’esatta rappresentazione di uno dei miei sogni: prendere e partire. Abbandonare per un periodo il grigio binario sul quale percorriamo la nostra vita per concedersi totalmente alla bellezza del mondo. Vedere posti, conoscere persone, crescere, vivere. Mettersi alla prova. Aprire gli occhi e trovare davanti a sé nient’altro che la natura primordiale, in tutta la sua bellezza.

Se a questo pensiero non provate almeno un brivido, beh, mi dispiace per voi.

bus-into-the-wild     Il “Magic bus” nel quale Chris ha dimorato per quattro mesi una volta arrivato in Alaska, diventato oggi sede di pellegrinaggio per tutti coloro che vogliano ripercorrere il viaggio di Alexander Supertramp

Dopo queste premesse capirete anche voi quanto la storia di Chris, così complessa e piena di significati, fosse estremamente difficile da riportare sul grande schermo con la dovuta profondità, senza scadere nella banale rappresentazione di una sorta di martire o di eroe moderno, che nulla avrebbe avuto che fare con la vera natura del personaggio.

Non ci voleva solo un regista di talento, ma soprattutto un regista che sentisse la storia, che ne fosse rapito e che ne diventasse partecipe. E questo è ciò che ha fatto Sean Penn, che oltre a sedersi dietro la macchina da presa mette la firma anche sulla sceneggiatura. Assieme al tecnico del montaggio Jay Cassidy, Penn crea un film assolutamente perfetto dal punto di vista narrativo.

Penn ha la brillante idea di affidare allo stesso Chris il compito di esporre i suoi pensieri tramite le parole scritte sul suo diario, che spesso fanno capolino sullo schermo ad accompagnare gli splendidi paesaggi protagonisti del film. Il colpo di genio di Penn è però quello di non accontentarsi solamente del punto di vista di Chris, ma di affidarsi anche alla narrazione di sua sorella Carine, la quale, abbandonata dal fratello, affida anch’essa ad un diario le sue riflessioni sulla vicenda. Ed è proprio grazie al riuscitissimo espediente della voce fuori campo di Carine che possiamo addentrarci più a fondo nella psicologia di Chris, andando a scavare nel suo passato e nel suo burrascoso rapporto con i genitori, dal quale crescerà in lui un profondo bisogno di scappare da un mondo nel quale non riesce più a vivere.

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La storia non segue quindi una narrazione cronologica, ma salta da un piano temporale all’altro, raccontata ora da Chris, ora da Carine, ora semplicemente dalla natura e dai suoi paesaggi mozzafiato. Penn decide inoltre di dividere il film in capitoli, il primo dei quali viene intitolato La mia nascita, a dimostrazione di come il viaggio di Chris venga visto dal giovane come un vero e proprio processo di rinascita e di liberazione. Spezzate le catene del conformismo, Chris si avvia lungo la strada dei suoi sogni, alla ricerca della libertà più pura e incontaminata.

Ad interpretare il  viaggiatore, che nel corso del suo viaggio prenderà il nome di Alexander Supertramp, viene chiamato il giovane e promettente Emile Hirsch, a quel tempo uno dei più interessanti talenti emergenti di Hollywood, poi tristemente scivolato nel semi-anonimato. E la prova di Emile è travolgente. Il ragazzo ha letteralmente la scintilla del talento negli occhi e dona anima e corpo ad un personaggio così carismatico da suscitare un’empatia travolgente e assolutamente sincera.

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Into The Wild non è però un one man show di Hirsch, poiché, durante il suo viaggio, Alex incontrerà una serie di persone che entreranno a far parte della sua nuova vita, anche se per breve tempo. Da Rainey e Jan, coppia di hippie interpretata da Brian Dierker e dalla bravissima Catherine Keener, al trebbiatore Wayne (Vince Vaughn) fino ad arrivare alla bellissima Tracy (Kirsten Stewart prima che fosse rovinata dai vampiri) e a Ron (un meraviglioso Hal Hoolbrook) un anziano lavoratore di cuoio che da anni vive ormai in solitudine, chiuso nei suoi ricordi e nei suoi rimpianti, che grazie all’incontro Chris riscoprirà vecchi sentimenti ormai dimenticati.

Le esistenze di tutti questi personaggi verranno profondamente toccate dalla filosofia e dall’entusiasmo per la vita di Chris, ma saranno anche loro ad aiutare il giovane viaggiatore a crescere, fornendogli gli insegnamenti necessari per affrontare la sua personale Odissea verso l’Alaska. E sono proprio questi rapporti personali a dare una marcia in più al film, grazie anche al tocco e alla sensibilità di Sean Penn. In particolare il capitolo dedicato a Ron è una della rappresentazioni della solitudine più toccanti che mi sia mai capitata di vedere.

Come sempre, non può esistere un grande film senza una grande colonna sonora. E per Into The Wild si è scomodato nientepopodimeno che un certo Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam (voglio sperare che questa precisazione sia superflua) e amico di vecchia data di Sean Penn. Vedder crea per il film una soundtrack spettacolare, nella quale regnano sovrane la sua voce e la sua chitarra, in una serie di canzoni acustiche, fondamentalmente semplici, ma dall‘impatto indimenticabile.

Into The Wild è diventato presto un cult per gli amanti del cinema e un must per tutti coloro che, almeno una volta nella vita, hanno provato l’ebbrezza di trovarsi in mezzo all’imponenza natura, con le braccia aperte e gli occhi chiusi, a farsi cullare dal soffio del vento.

Un film che vi farà venir voglia di partire verso l’orizzonte, di scalare una montagna semplicemente per il fatto che esiste, di addentrarvi in una foresta solo per arrivare ad un punto in cui la presenza dell’essere umano su questo pianeta pare impossibile. Un film per chi cerca la forza di mettersi in gioco. Un film per coloro che si interrogano su cosa sia davvero la felicità o per chi vuole trovare il coraggio di accontentarsi delle cose semplici. Perché, come dice Tolstoj:

Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile alle persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. Questa è la mia idea di felicità. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?

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Ricordatevi di fare un salto dai nostri amici de Il Cinematografo è una malattia!!

Article written by:

Roberto Lazzarini

25 anni, cresciuto fin dalla tenera età a film, fumetti, libri, musica rock e merendine. In gioventù poi ho lasciato le merendine perchè mi ero stufato di essere grasso, ma il resto è rimasto, diventando parte di quello che sono. Sono alla perenne ricerca del mio film preferito, nella consapevolezza che appena lo avrò trovato, il viaggio ricomincerà. Ed è proprio questo il bello.

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