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Julieta, raccontare bene l’anima e male gli eventi

Julieta, raccontare bene l’anima e male gli eventi My rating: 3 out of 5

L’evoluzione nel cinema di Almodóvar, l’artista che sapeva raccontare i sentimenti ma non i fatti.

AVVISO SPOILER!!!!!

Titoli di coda. Tempo di alzarmi dalla poltrona e gettare il biglietto d’ingresso che ho martoriato, come al solito, durante la visione che avevo già partorito l’intro di questo articolo per voi.

Scenografia magistrale. Come sempre.

Almodóvar non si smentisce nell’uso dei colori che in questa pellicola brillano prepotenti nel rosso carminio di una penna o nel riflesso del mare dov’è ambientata la maggior parte delle scene.

Inquadrature simmetriche e precise, zoomate nel momento esatto in cui va raccolta un’emozione o uno stato d’animo, volti a scandire il progredire del racconto.

Le sensazioni dello spettatore vengono coordinate con quelle dei personaggi.

Magistrale. Termine perfetto per descrivere questo regista per quanto riguarda il raccontare l’abisso nascosto nella psiche delle sue creature.

Non posso assolutamente dire la stessa cosa per la gestione del susseguirsi degli eventi in questo film.

Cercherò, per quanto difficile, di fornirvi un quadro preciso e sintetico della storia:

Scena: coppia passatella in un salotto madrileno, uno di fronte all’altro, pare sia un momento importante.

Lei: non verrò in Portogallo con te come avevamo programmato.

Lui: Ma avevi detto stamattina che avevi stirato tutte le mutande e spento il gas!

Lei: Ho cambiato idea, non c’ho voglia.

Lui: Ok.

Lui se ne va.

io comincio già a far fatica a concepire la logica dei fatti.

La “lei” altri non è che la nostra Julieta, la protagonista.

Una donna con due borse importanti sotto gli occhi e un’espressione decisamente depressa. Si vede che muore dalla voglia di raccontare che diamine le è successo.

Senza altro aggiungere: la nostra eroina lascia il suo meraviglioso appartamento per rifugiarsi in una bettola polverosa dove abitava tredici anni or sono.

Almeno, ciò capiamo dalla conversazione col portinaio, che senza batter ciglio le dà le chiavi dell’appartamento apparentemente gratis. Comincia a scrivere, si capisce bene che la ricevente è la figlia. Coi minuti si comprende anche che non vi è rapporto alcuno tra le due da, appunto, tredici anni. Decide di raccontarle come ha conosciuto il padre 30 anni prima in una notte buia e tempestosa su un treno.

Il motivo ci è ignoto.

Lei, figlia degli anni ’80, capelli ossigenati e calze colorate. Inguardabile.

Lui, Sean, si presenta in una camicia di flanella con uno smagliante sorriso cubano, un fisico perfetto, atletico e la pelle abbronzata sotto la folta barba.

‘Nsomma, un gran pezzo di manzo.

La protagonista, inciampando nelle sue bave, lo segue fino al vagone ristorante, lasciando prontamente il suo vicino di viaggio che ha l’aria, a sua volta, decisamente depressa.

La depressione regna sovrana su tutto insomma, nemmeno su questo Almodóvar si smentisce.

I due parlano, si spogliano con gli occhi. Il primo decerebrato lo capirebbe.

Il treno frena violentemente.

Causa: il viaggiatore depresso ha fatto un triplo salto carpiato sulle rotaie. Forti di questa tragedia, i nostri eroi si spogliano e ci danno come due conigli, ancora sporchi di sangue del poveretto e sprezzanti dei guardoni fuori del finestrino dello scompartimento.

Questa nient’altro è che l’intro a una serie di dolorose magagne cui i protagonisti si sottoporranno. Un prezzo che, ignari, sono disposti a pagare per il solito guadagno trito e ritrito del buon sesso spinto e senza pudore col principe azzurro, o almeno, così la nostra Julieta sembra pensare.

Inevitabilmente lo scontrino di tutta questa piacevole attività fisica le viene presentato più o meno a metà del film. Prima di tutto la maledizione del test di gravidanza che diventa blu si avvera. Solo che gli amplessi ripresi sono talmente tanti che non ho capito bene quale fosse quello determinante.

Inoltre, vengono buttati personaggi a caso quali :

1)La tipica e sempre presente amica fumatrice-artistoide-intellettualoide: Ava, amica di Sean, un’amica speciale. Un’amica molto speciale.

2)La bellissima Antia, figlia dell’ammmmmmmore.

3) La donna delle pulizie. Un altro personaggio straordinario: L’acidità e la dolcezza di un nazista scazzato, palpebra calante alla De André e naso alla Bartali. Che pensa bene di informare Julieta su quanto Ava sia “speciale”.

Da qua un’altra scena, a mio parere priva di senso:

Lui: è mia amica da quando ho 15 anni, è giusto che ogni tot si scopi, io e lei.

Lei: ok vado a camminare sotto la pioggia per pensarci su.

Lui: io andrò a pesca.

Ottima scelta per entrambi, passeggiare e pescare con allerta 123495344 fuori e la grandine che vi sta sfondando il parabrezza della Volvo, niente da dire.

Lei torna dalla passeggiata dopo due ore (chiaro orario da siesta per donna incazzata) mentre lui non si presenta da quella mattina.
Sorge il dubbio: accendiamo la tv?

Una volta accesa, questa ci informa prontamente che il nostro Sean è oramai cibo per tonni, manca solo il riconoscimento del cadavere.

“Eh? ma che diavolo è successo?” mi chiedo.

Dall’alto della mia intelligenza devo ancora capire le dinamiche.

Tipico degli uomini, te la mettono in quel posto tradendoti per anni, poi l’hanno vinta annegando in mare, facendoti sentire uno schifo per il resto della tua vita, quando in realtà avevi ragione tu. Tipico.

Infatti la morte di Sean farà partire un lungo e doloroso viaggio di sola andata basato su introspezione e senso di colpa per tutti i personaggi che hanno la sfiga di sopravvivere, nessuno escluso.

“‘È da dire che, almeno, li hanno vestiti molto bene” dice la signora di fianco a me.

Il delirio chiaramente imperversa.

Soprattutto Julieta, che per le serafiche accuse rivoltele dalla figlia riguardo la morte del dolce, tenero quanto fedifrago papà, dovrà soffrire le atrocità della fuga della figlia e le rivelazioni scioccanti sulla personalità della stessa, che fino a quel momento, pare fosse praticamente un’estranea.

Gli  eventi buttati a casaccio, volti a comporre la storia mi hanno quanto meno confusa, seduta sulla mia poltrona, a stropicciare il mio biglietto.

Avrei provato empatia per il dolore della protagonista, se solo fossi stata in grado di mettere da parte l’incredulità per le bombe a mano gettate nella storia e il disordine del filo logico dei fatti.

Detto ciò, il delirio del racconto merita di considerazione e pareri, il giudizio a voi signori.

 

Article written by:

Virginia Sambuceti

Vede la luce nel 1992. Si innamora della grande sala buia quando, a tre anni, i suoi genitori la costringono a guardare "il Fuggitivo" con Harrison Ford. Da allora fugge alla realtà grazie al cinema, la letteratura,i viaggi e il vino.

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